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La scuola nel ventennio fascista: testo unico di terza elementare

testo unico di terza elementare
Testo unico di lettura della classe terza elementare.

Percorso interdisciplinare sull’Inferno

Percorso interdisciplinare sull'Inferno

Condivido in questa pagina le ipotesi di un percorso interdisciplinare sull’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri che avevo il desiderio di preparare da diverso tempo.

L’intero percorso trova il suo baricentro nel testo poetico dantesco: l’unico prerequisito è un’introduzione alla Divina Commedia che può essere letta e sintetizzata nei suoi punti fondamentali a partire da qualsiasi antologia in adozione.
L’obiettivo del lavoro è quello di potenziare la lettura del testo dantesco attraverso la memorizzazione e la recitazione di alcune terzine dantesche e la loro rielaborazione in forma grafica e musicale, che potrebbe confluire nella realizzazione di un montaggio audiovisivo interamente progettato e realizzato dai ragazzi.
Per questo motivo, ho riletto alcuni passaggi dell’Inferno dantesco con una particolare attenzione per la loro “tangibilità” visiva e acustica, selezionandone alcuni che mi sembravano particolarmente congeniali ad una rappresentazione scenica o pittorica.
Il risultato di questo lavoro è stato la scrittura di un fascicolo in cui il testo poetico è intervallato da una sintesi in prosa finalizzata esclusivamente a fini di contestualizzazione estremamente diversificati; l’apparato di note al testo è stato completamente abolito, per cui la lettura e l’interpretazione, la parafrasi e l’analisi del testo devono essere svolte verso per verso dal docente, e gli allievi sono chiamati ad un confronto diretto con la poesia dantesca; lo spazio bianco lasciato attorno alle terzine è essenziale affinché i ragazzi possano postillare il significato dei termini, la parafrasi, i concetti fondamentali dell’universo simbolico e letterario dantesco che il docente ritiene opportuno sottolineare.
In seguito a questo lavoro, che costituisce il centro nevralgico del progetto, è possibile valutare di intraprendere alcuni percorsi interdisciplinari, resi possibili dal fatto che tutte le terzine selezionate si caratterizzano per una grande forza espressiva e descrittiva, e si prestano ad essere disegnate e rielaborate audiovisivamente: alla fine della lettura e dell’analisi, si potrà decidere di assegnare a ciascun allievo il compito di disegnare uno sfondo o una scena della Divina Commedia e, parallelamente, di lavorare sulla memorizzazione e l’interpretazione del testo poetico; a ciò si può aggiungere un lavoro sui rumori, la musica e tutte le molteplici dimensioni acustiche in esso evocate.

Il testo in pdf del fascicolo di questo percorso interdisciplinare sull’Inferno può essere scaricato cliccando su questo link tra i materiali di Italiano.

L’immagine di Dante pubblicata è il dettaglio di un dipinto di Sandro Botticelli.

Gita a Trieste

gita a Trieste

Il testo che segue è stato utilizzato dagli allievi di terza media per preparare una gita a Trieste. Ciascun allievo ha preparato l’esposizione di uno o più monumenti, visitati nel corso dell’uscita didattica, che si è articolata anche in un’attività svolta presso l’Immaginario Scientifico. I materiali sono stati raccolti dagli allievi in repertori online di ampia divulgazione, e successivamente rielaborati dove ritenuto opportuno dall’insegnante, che ha preparato un fascicolo corredato da immagini.

1. Trieste oggi
Trieste è un Comune del Friuli-Venezia Giulia, capoluogo di provincia e di regione. La città si estende per 85 km quadrati e ha 200.000 abitanti, chiamati Triestini. Dal punto di vista geografico, Trieste si trova affacciata su un piccolo golfo a nord-est del Mar Adriatico, stretta tra il mare e l’Altopiano del Carso, che si innalza alle sue spalle.
Trieste attualmente è uno dei principali porti italiani, posto nella parte interna del golfo che porta il suo nome e chiude a Nord il Mar Adriatico. Si stende ad anfiteatro in parte lungo l’arco costiero, in parte sulle basse colline alle pendici del ciglione carsico che la circonda alle spalle.
La storia urbana di Trieste e il suo aspetto sono stati fortemente influenzati dai moltissimi mutamenti politici che hanno caratterizzato la sua storia fin dall’epoca romana. La regolarità geometrica delle vie e dei quartieri centrali della città evidenzia l’influenza della dominazione austriaca, periodo in cui la città ha conosciuto la crescita più rapida. Anche lo spostamento nelle diverse epoche del porto, l’attività economica principale della città, ha favorito l’espansione urbana e l’aspetto che la città ha attualmente.
Dal punto di vista demografico, negli ultimi vent’anni Trieste vive una fase di declino, con l’11% di popolazione in meno negli ultimi 20 anni; questa diminuzione è legata sia al saldo naturale fortemente negativo caratteristico dell’Italia, sia alla riduzione dei movimenti migratori. Ciò determina il progressivo invecchiamento della popolazione e crea qualche preoccupazione per il futuro della città.
La risorsa fondamentale del tessuto economico cittadino è il porto, che, dopo un lungo periodo di decadenza ha ritrovato un ruolo di primo piano nelle comunicazioni e nei commerci con l’Europa centro-orientale. Il porto di Trieste è oggi il secondo porto d’Italia, dopo Genova, per traffico merci. Tra le merci maggiormente movimentate, il petrolio (che prende la strada dell’Europa centrale, tramite l’oleodotto per Ingolstadt), il carbone e altri minerali, il legname e le derrate alimentari (T. ha mantenuto l’antica specializzazione di porto del caffè). Il traffico containerizzato ha raggiunto livelli ragguardevoli soprattutto grazie all’attività del Molo Settimo. Tradizionali settori portanti dell’industria triestina sono quelli cantieristico, metallurgico, meccanico e petrolchimico, concentrati in gran parte nella zona industriale più interna del Vallone di Muggia. Questo complesso di attività industriali mantiene una discreta vitalità, pur risentendo del generale ridimensionamento dell’industria pesante. Sono presenti inoltre industrie alimentari, tessili, farmaceutiche e poligrafiche.
La battuta d’arresto nello sviluppo industriale ha lasciato spazio soprattutto al terziario, nei cui comparti è oggi impiegata la maggioranza della popolazione attiva. Le attività bancarie e assicurative (T. è la sede delle Assicurazioni generali e del Lloyd adriatico, oggi parte del gruppo Allianz) offrono un serbatoio importante per l’occupazione qualificata, oltre a rappresentare le voci più stabili dell’economia cittadina. Tra le nuove iniziative che operano nel tentativo di promuovere la città in una prospettiva di medio-lungo periodo, da segnalare la creazione di un’area di ricerca scientifica tra le più avanzate in Italia e competitive sul piano europeo. È in crescita anche l’economia turistica, soprattutto quella legata ai movimenti per affari e congressi e al diporto di breve e medio raggio.


2. La storia di Trieste
La storia di Trieste inizia con la formazione di un centro abitato di modeste dimensioni in epoca preromana, che diventò una città solo dopo la conquista (II secolo a.C.) e colonizzazione da parte di Roma. Dopo la fase legata all’Impero Romano, la città decadde a seguito delle invasioni barbariche, ricoprendo un’importanza marginale per quasi tutto il Medioevo; in questa fase infatti un centro politico e religioso più importante fu il Vescovado di Aquileia.
Trieste subì varie dominazioni fino a quando nel 1382 d.C. diventò un libero Comune che si associò alla casa austriaca degli Asburgo. Grazie all’alleanza con gli Asburgo Trieste, fra il Settecento e l’Ottocento, conobbe una nuova prosperità grazie al suo porto e allo sviluppo di un fiorente commercio che fece di essa una delle più importanti metropoli dell’Impero austriaco (dal 1867 Impero austro-ungarico). Nel 1719 Carlo VI d’Asburgo la proclama “porto franco” e cioè città libera dalle tasse: Trieste in questo modo diventa uno dei centri economici dell’Impero Austriaco e il porto più importante non solo dell’Adriatico ma anche del Mediterraneo.
A causa della sua storia, Trieste è sempre stata una città cosmopolita, abitata da popolazioni di origini, lingue, culture e religione diverse: sotto l’Austria rimane di lingua italiana, ma con minoranze significative e importanti di lingua tedesca, slovena, ebraica. Tra la fine dell’Ottocento e l’Inizio del Novecento diventa un importante polo di cultura italiana ed europea: qui infatti vive Italo Svevo, uno dei più importanti romanzieri italiani dell’inizio del Novecento, e soggiornano lo scrittore inglese James Joyce e il poeta tedesco Rilke.
Trieste fu incorporata al Regno d’Italia nel 1918 a seguito della Prima Guerra Mondiale. Dopo il secondo conflitto mondiale fu capitale del Territorio Libero di Trieste, restando per nove anni sotto amministrazione militare alleata.


3. Il Teatro Romano
Il teatro romano di Trieste si trova in pieno centro storico, ai piedi del colle di San Giusto, a poca distanza da Piazza dell’Unità d’Italia e dal mare.
All’epoca della sua costruzione, il teatro si trovava fuori dalle mura cittadine e soprattutto si trovava sulla riva del Mar Adriatico, che ai tempi dell’antica Roma giungeva sino in quella zona.
Le gradinate del teatro sono state costruite, come nella tradizione degli anfiteatri antichi, sfruttando la naturale pendenza del colle San Giusto, e potevano ospitare tra i 3.500 ai 6.000 spettatori.
Gli storici pensano che il teatro sia stato costruito alla fine del I secolo a.C., quando a Roma c’era ancora la Repubblica, e ampliato all’inizio del II secolo d.C., sotto l’Impero di Traiano, nel corso quale Trieste raggiunse il massimo splendore nell’età antica.
Probabilmente il teatro fu costruito per volere del triestino Quinto Petronio Modesto, procuratore dell’imperatore Traiano, citato in diverse iscrizioni.
Nel corso dei secoli successivi, nel Medioevo e nell’Età Moderna, con la decadenza dell’Impero Romano, il teatro venne nascosto dalle case che vi furono costruite sopra. Per un lungo periodo fu ritenuto perduto, e la sua collocazione venne individuata soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile.
Il teatro fu portato alla luce soltanto nel 1938 venne, durante la demolizione di una parte della città vecchia. Le statue e iscrizioni rinvenute negli scavi sono conservate il Castello di san Giusto al Civico Museo del Castello.
Al giorno d’oggi viene ancora saltuariamente utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.
Per quanto riguarda la ua struttura, la cavea del teatro sfrutta la collina su cui si adagia, secondo l’uso greco, la gradinata si sviluppa attorno all'”orchestra”, è suddiviso verticalmente in settori da cinque scale e orizzontalmente in due ripiani da corridoi. Un possente muro semicircolare che reggeva la copertura conclude a monte l’edificio del quale rimangono pure la scena rettangolare con pilastri e cinque porte. Il proscenio fisso, ornato di statue e nicchie, s’ergeva probabilmente con grande suggestione sul mare che, in epoca romana, toccava il teatro.


4. L’Arco di Riccardo
Assieme al Teatro, l’Arco di Riccardo è un’altra fonte materiale che collega Trieste all’epoca Romana. Si trova alla base del colle di San Giusto, una
Secondo alcune fonti, l’Arco di Riccardo è una delle porte romane di Trieste e risalirebbe al I secolo a.C.; secondo queste fonti, probabilmente fu costruito all’epoca dell’imperatore Ottaviano Augusto negli anni 33-32 a.C.
Le decorazioni architettoniche dell’Arco permettono di datare la forma che attualmente vediamo a circa un secolo dopo la sua costruzione, ai tempi dell’Impero dei Claudi o dei Flavi (tra il 50 e il 75 d.C.).
Si tratta di un arco a un solo fòrnice (con una sola apertura); è alto 7,2 m, largo 5,3 m e profondo 2 m. Presenta un coronamento superiore, privo di decorazione. Ai lati dell’arco sono presenti due lesene, di cui una sola attualmente visibile; le lesene sono decorate con delle scanalature verticali e sono sormontate da capitelli di ordine corinzio.
Sull’origine del suo nome ci sono diverse ipotesi: una leggenda popolare ritiene che il nome derivi da Riccardo Cuor di Leone, il re d’Inghilterra che, al ritorno da una crociata in Terra Santa, fu tenuto prigioniero anche a Trieste.
Al di là della leggenda, è più probabile che il nome derivi derivi dalla posizione dell’Arco di Riccardo all’ingresso del cardo massimo, una delle due vie principali delle città romane. In origine si chiamava quindi “Arco del Cardo”, che nel corso del Medioevo si sarebbe progressivamente volgarizzato in “Arco di Riccardo”.


5. Colle di San Giusto
Il Colle di San Giusto è il vero e proprio centro storico di Trieste, ed è l’area più antica della città dove sorsero i primi insediamenti in età romana. Già dal I sec. esisteva sul Colle un foro, dove sorgeva un’antica Basilica Romana, di cui si vedono chiaramente i resti. La costruzione del foro in questa posizione fa pensare che dal colle fino al mare fossero presenti numerosi insediamenti umani. Nei secoli successivi, durante il Medioevo, sono state aggiunte numerose altre costruzioni.
I reperti archeologici più antichi di Trieste sono i resti di un antico propileo romano, che si possono osservare, attraverso una grata, all’interno del campanile della Cattedrale di San Giusto. Un propileo è una costruzione di origine greca: si tratta di un ampio porticato che solitamente funge come ingresso ad un tempio. Questa struttura doveva essere piuttosto ampio (attorno ai 17 metri), ma è stata successivamente smantellata per lasciar posto ad altre architetture.


6. Basilica Forense Romana
Anche della Basilica del foro romano rimangono pochi resti, ma ben visibili e non inglobati in altre costruzioni: l’edificio, che si sviluppava in direzione nord-sud, era largo oltre venti metri e lungo 100, come si può vedere dai ceppi delle colonne ancora presenti. Dalle dimensioni della basilica, gli storici ipotizzano che Trieste in età romana avesse già un numero di abitanti significativo.
Il fatto che rimangano soltanto due file di ceppi di colonne, probabilmente dipende dal fatto che in età cristiana la basilica romana è stata smantellata per usare la pietra per costruire la basilica cristiana, che comprende anche il campanile, poi distrutta dalle invasioni barbariche.


7. Cattedrale di San Giusto Martire
La cattedrale di San Giusto è il principale edificio religioso cattolico della città di Trieste. Si trova sulla sommità dell’omonimo colle che domina la città.
Come viene riferito dalla maggior parte degli storici triestini, l’aspetto attuale della basilica deriva dall’unificazione delle due chiese preesistenti: la chiesa di Santa Maria e del Sacello di san Giusto, che vennero inglobate sotto uno stesso tetto nella prima metà del Trecento dal vescovo di Trieste, che voleva costruire nella città una cattedrale importante e imponente. I lavori al campanile si conclusero nel 1343, ma quelli alla chiesa continuarono praticamente fino alla fine del secolo. Il campanile in origine era più elevato, ma nel 1422 venne colpito da un fulmine e venne ridotto all’altezza attuale.
La facciata della chiesa è arricchita da un enorme rosone di pietra carsica, elaborato sul posto da maestri scalpellini ingaggiati a Soncino, vicino a Cremona, da dove proveniva il vescovo. Ne rimane un ricordo nella denominazione della via dei Soncini a Trieste.
Sia il campanile che la facciata della chiesa sono coperti con reperti del periodo romano. Il portale d’entrata fu per esempio ricavato da un antico monumento funebre romano. I busti in bronzo, aggiunti nel 1862 alla facciata su mensole ricavate da piedistalli romani, rappresentano e celebrano tre vescovi illustri della città.
Una statua romanico-bizantina di San Giusto (X-XI secolo) trova posto in un’edicola gotica: in una mano regge il modello della città e nell’altra la palma del martirio; la testa del santo, di dimensioni diverse dal corpo, apparteneva originariamente ad un’altra statua ed è stata riutilizzata.
Non ci sono molti dati sulla decorazione interna della chiesa. Nell’anno 1423 l’abside centrale fu affrescata da due artisti friulani, e tale rimase fino al 1843 quando fu ampliata. Ma nei primi decenni del XX secolo fu abbattuta e ricostruita. L’affresco con l’Incoronazione della Vergine venne sostituito con un mosaico che ripropone lo stesso tema. Degli altri affreschi originali rimangono pochi reperti, il più importante dei quali è il Ciclo di san Giusto, in cinque elementi, esposto nella cappella laterale.
Le due absidi laterali sono decorate con magnifici mosaici, opera di artisti provenienti da Venezia e Costantinopoli. L’abside di S. Maria, che si trova a sinistra di quella centrale, reca una splendida raffigurazione della Beata Vergine Maria, seduta su un trono, su fondo oro, con il Bambino in braccio, affiancata da due corpulenti angeli. Si tratta di una superba esecuzione della prima metà del XII secolo, probabilmente eseguita in parallelo alla schiera degli Apostoli su un prato, posta nell’emiciclo absidale sottostante, inquadrata in una cornicetta decorata, che invece spetta, per la morbidezza dei panneggi e le affinità delle fisionomie di alcune figure con quelle Duomo di Ravenna, a un’équipe di mosaicisti veneziani, gli stessi formatisi nella scuola delle maestranze bizantine che decorarono la Basilica di San Marco nell’ultimo quarto dell’XI secolo. Nell’abside destra invece spicca il Cristo Pantocrator, affiancato come dai santi Giusto e Servolo. Le fattezze del Cristo, slanciato, severo e nobile, collocano la stesura di questo mosaico al primo XIII secolo, ad opera di mosaicisti bizantini.


8. Fortezza di San Giusto
La storia della Fortezza (ora Castello) di San Giusto è legata alle guerre che Trieste nel corso del tempo ha dovuto affrontare con la Repubblica Serenissima di Venezia che mirava a controllare il Veneto, l’Adriatico fino alla Dalmazia, ma anche contro l’Austria, che ha sempre considerato Trieste come il suo sbocco naturale sul mare.
Nel 1382 è una data importante per la storia di Trieste. In questo anni infatti i triestini, stanchi delle continue guerre contro Venezia, decidono di sottomettersi alla dinastia degli Asburgo, re d’Austria e Imperatori del Sacro Romano Impero: in cambio dell’autonomia e dell’aiuto militare degli Asburgo, Trieste avrebbe riconosciuto l’autorità degli Austraci. Tuttavia, a metà del Quattrocento, gli Asburgo costringono i Triestini a pagare di tasca propria la costruzione di una fortezza per gli austriaci: questa fortezza aveva soltanto uno scopo militare, e fu costruita sul punto più alto della città, in modo tale che da essa si potesse controllare tutto il territorio circostante.
Nel corso del tempo la fortezza venne ampliata, come è spiegato nell’immagine qui sotto.
Nei tempi più vicino a noi, nel 1930, il castello è stato acquistato dal Comune di Trieste che l’ha utilizzato per scopi turistici: l’interno del castello ora ospita musei e spazi espositivi che raccolgono il patrimonio artistico della città.


9. Basilica di San Silvestro (XII sec.)
La basilica di san Silvestro (oggi nota col nome basilica del Cristo Salvatore) è un edificio religioso situato a Trieste. Si tratta di una basilica in stile romanico dell’XI secolo: dopo la basilica paleocristiana inglobata nella cattedrale di San Giusto, è quindi il più antico edificio sacro conservato in città. La basilica si trova in via del Collegio ai piedi della collina di San Giusto, a fianco della barocca chiesa di santa Maria Maggiore.
Dalla fine del Settecento, la basilica di San Silvestro è il centro di culto per le confessioni protestanti presenti nella città di Trieste.
Gli storici pensano che le parti dell’edificio attuale possano essere datate al IX secolo; tuttavia, l’intero edificio risale all’XI secolo.
L’esterno della basilica si presenta in stile romanico, con finestre laterali e arcate in facciata. Sul lato sinistro vi è un portico, posto sotto il campanile, il potrebbe essere stata un’antica torre medievale facente parte delle fortificazioni della collina di san Giusto.
La basilica, rispetto alle altre in stile romanico, ha alcune caratteristiche particolari: è a base irregolare, è prova di absidi e ha tre navate separate da un colonnato a tre elementi, mentre il tetto è costituito da una capriata. Salendo tre gradini, si accede al presbiterio dove è presente una tavola in marmo dell’Ultima cena e un crocifisso in ferro battuto del XVIII secolo e una moderna acquasantiera che funge da battistero.
Sono presenti resti di antichi affreschi di inizio XIV secolo, raffiguranti che l’imperatore Costantino e la sacra Annunciazione. Su una colonna è stata rivenuta una sinopia medievale, in preparazione di un affresco. La decorazione della volta del soffitto presenta un agnello, simbolo di purezza.


10. Santuario di Santa Maria Maggiore (XVII sec.)
La chiesa di Santa Maria Maggiore, nota anche come chiesa barocca dei gesuiti, è un edificio religioso situato a Trieste.
La chiesa, in stile barocco, venne costruita nel XVII secolo dalla Compagnia dei Gesuiti. La chiesa si trova in via del Collegio, ai piedi del colle di San Giusto e vicino alla basilica di San Silvestro, nelle immediate vicinanze del centro storico di Trieste.
Nel 1619 giunsero a Trieste i primi gesuiti. Grazie ai loro buoni rapporti con il governo della città, i Gesuiti riuscirono a far aprire un Collegio che si trova accanto all’attuale chiesa di Santa Maria Maggiore per l’istruzione secondo i principi della Controriforma. Dopo la costruzione del collegio, si decise di costruire la chiesa, che doveva essere dedicata alla Madonna ed essere il più grande edificio sacro della città in quel momento.
Iniziata nel 1627, la chiesa ha richiesto decenni di lavoro per essere completata. Quando la chiesa fu consacrata dopo 55 anni dalla posa della prima pietra, il tetto dell’edificio era ancora in parte scoperto. La cupola fu completata solo nel 1817.


11. Parco della Rimembranza
Nel pieno centro di Trieste, sulle pendici del Colle di San Giusto, esiste dal maggio 1926 il Parco della Rimembranza. In mezzo ad un’area verde attraversata da Via Capitolina, la strada che conduce in cima al Colle, è possibile scoprire questo piccolo angolo di natura caratterizzato da una serie di pietre carsiche su cui sono stati scritti i nomi dei triestini caduti nelle guerre ed i reparti di cui facevano parte.
I parchi della Rimembranza sono un’istituzione nata nei primi anni del fascismo e promossi da Dario Lupi, ai tempi sottosegretario dell’Istruzione. Ispirato dall’albero della libertà, uno dei simboli della rivoluzione francese, Lupi incentivò ogni scuola italiana ad inaugurare uno “spazio sacro” in ricordo di coloro che avevano combattuto nella Grande Guerra. Venne così creato uno spazio di devozione ma allo stesso tempo di controllo sulla memoria legata al conflitto del ’15-’18.
Il Parco della Rimembranza di Trieste è diviso in 26 settori su cui sono collocate le pietre carsiche. Quelle dedicate alla Prima Guerra Mondiale sono comprese tra i settori 16 e 25 anche se oggi, al loro interno, è possibile trovare pietre che ricordano anche battaglie successive come la Guerra Civile Spagnola, le guerre d’Africa e la Seconda Guerra Mondiale.
È consigliabile raggiungere il Parco a piedi da Piazza Goldoni attraverso la spettacolare Scala dei Giganti. Si prosegue successivamente lungo una seconda scalinata che porta fino alla fontana a forma di obelisco inaugurata nel 1938 in occasione della visita di Mussolini in città. Una seconda soluzione è giungere in cima al Colle di San Giusto dalla zona di Piazza Unità – Via del Teatro Romano, inerpicandosi lungo le piccole e suggestive vie della Trieste medievale. Giunti in cima si attraversano i resti del foro romano e successivamente si scende lungo i sentieri del Parco fino alla fontana.


12. Tempio Ortodosso di San Spiridione
Il tempio serbo-ortodosso della Santissima Trinità e di San Spiridione è la chiesa della comunità serbo-ortodossa di Trieste. Opera dell’architetto Carlo Maciachini (1869), sorge nel luogo della preesistente chiesa di San Spiridione del 1753.
La sua struttura ricorda lo stile bizantino delle chiese orientali. L’edificio in pietra bianca con le colonne in marmo rosso, ha una pianta a croce greca coperta da una grande cupola sostenuta da quattro arconi, affiancata da quattro calotte emisferiche che ricoprono i quattro bracci della croce.
Il complesso architettonico, posto nel borgo Teresiano nei pressi del canal Grande, riflette un gusto bizantino e si caratterizza anche per la cupola più alta dei quattro campanili e per le ampie decorazioni a mosaico che abbelliscono le pareti esterne. Ornano la facciata nove grandi statue opera dello scultore milanese Bisi.
L’interno è riccamente decorato secondo i canoni bizantini, interamente ornato da pitture ad olio imitanti il mosaico. All’interno sono presenti quattro icone di grande valore: San Spiridione, Madonna con Bambino, Cristo Re, l’Annunciazione. Le icone sono ricoperte in oro e argento e sono state eseguite in Russia nei primi anni dell’Ottocento. Nel presbiterio sono situati tre altari.


13. Piazza dell’Unità d’Italia
Piazza Unità d’Italia (durante il periodo austriaco era chiamata Piazza Grande, in seguito fu nota anche come piazza Francesco Giuseppe) è la piazza principale di Trieste. Si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra il Borgo Teresiano e Borgo Giuseppino. La piazza ha un’area totale di 12.280 m².
Di pianta rettangolare, la piazza si apre da un lato sul Golfo di Trieste ed è circondata da numerosi palazzi ed edifici pubblici. Affacciate sulla piazza si trovano le sedi di diversi enti: il municipio di Trieste, il palazzo della Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia e la prefettura del capoluogo. Si chiamava inizialmente piazza San Pietro, dal nome di una chiesetta ivi esistente, poi piazza Grande. Assunse il nome di Piazza Unità dopo il 1918, quando la città fu annessa al Regno d’Italia; nel 1955, allorché la città ritornò all’Italia con la dissoluzione del territorio Libero di Trieste, prese la denominazione attuale.
La piazza è stata rimodellata più volte nel corso dei secoli. L’aspetto attuale le deriva dalla ristrutturazione completa che l’ha interessata nel periodo 2001-2005, quando tutti i palazzi sono stati oggetto di restauro; la pavimentazione in asfalto è stata rimossa e sostituita con blocchi in pietra arenaria simili ai tradizionali “masegni” che anticamente lastricavano la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata posizionata davanti all’ingresso principale del Municipio, riportandola nella sua locazione originaria, e sul lato mare è stato installato un sistema di illuminazione con led luminosi blu che intendono ricordare l’antico “mandracchio” (cioè una piccola darsena destinata all’ormeggio di piccole imbarcazioni) interrato nel corso dei secoli.
Prima che nella piazza avessero inizio i lavori di risistemazione, l’allora giunta comunale pensò di sfruttare lo spazio disegnandovi un grande dipinto. Il disegno rappresentava l’Europa e Trieste, inserite in una porta ad arco orientale in cui erano indicati il Sol Levante, la Luna e delle stelle gialle su sfondo blu che richiamavano alla bandiera dell’Europa Unita.
La rappresentazione simbolica indicava una figura femminile armata di una lancia a forma di alabarda (simbolo di Trieste) in sella a un toro, mentre si dirigeva verso il mare. Opera dell’artista Bruno Chersicla, il disegno voleva significare la volontà della città di porsi come protagonista della Comunità Europea. Il dipinto, di oltre novemila metri quadrati, è stato segnalato nel Guinness dei primati.
Nel 2001 sono state aggiunte delle luci blu nella pavimentazione della piazza, per rimarcare il legame della città con il mare.


14. La Fontana dei Quattro Continenti
La Fontana dei Quattro Continenti si trova in Piazza Unità. L’opera venne realizzata dallo scultore bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni. Fu costruita tra il 1751 e il 1754, con il desiderio di rappresentare una Trieste “fortunata”, avendo ricevuto infatti la qualifica di Portofranco e godendo della politica liberale di Carlo VI e di Maria Teresa d’Austria.
Quattro statue che rievocano i quattro continenti al tempo conosciuti, Europa, Asia, Africa e America, rappresentano il mondo. Quattro figure invece, rappresentano i fiumi e da cui sgorga l’acqua. L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti. La rappresentazione del Nilo ha il volto velato, le sorgenti infatti allora erano sconosciute.
Sulla sommità della fontana si vede una donna con le braccia aperte, simbolo della città, attorniata da pacchi, corde e cumuli di cotone che rappresentano i commerci internazionali di cui Trieste era impegnata protagonista dell’epoca. Come immagine simbolica di una città che accoglieva i commercianti provenienti da tutto il mondo e, in maggior misura, dall’area orientale.
Alcune curiosità su questa scultura: nell’ideare quest’opera si dovette risolvere il problema dell’inserimento della fontana in una piazza di piccole dimensioni ad andamento rettangolare allungato e circondata da realtà architettoniche stilisticamente diverse. Per questo motivo, allo stile opulento caratteristico del barocco italiano e francese, fu preferito per la sua realizzazione il barocco inglese. Non ebbe inoltre vita facile poiché su quest’opera si accesero animate discussioni, sia per il suo aspetto artistico, ritenuto “rozzo ammasso indecoroso di pietre”, sia per lo stato di abbandono in cui fu più volte lasciata. Grazie all’appassionata difesa dei maggiori artisti triestini però nel 1925 si evitò la demolizione della fontana, già decretata all’unanimità dal Consiglio Comunale.
Nell’agosto del 1938 la fontana dovette momentaneamente traslocare per lasciar spazio in piazza alla visita di Benito Mussolini. I pezzi furono conservati nell’Orto Lapidario. Nel 1970, grazie all’interessamento del pittore Cesare Sofianopulo, la fontana fu ricollocata nuovamente in Piazza Unità, in una posizione nuova rispetto quella originale.


15. La Statua di Carlo VI
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.
Tra tutte le modifiche a cui la piazza ha assistito nel corso dei secoli, questo elemento è presente e costante fin dal 1728, anno in cui fu deciso di erigere la statua in occasione della visita dell’imperatore a Trieste.
Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.
La statua raffigura l’Imperatore in piedi che osserva il vecchio nucleo cittadino (verso piazza della Borsa) e indica il mare, con il porto franco da lui istituito. Data la fretta dovuta all’imminenza della visita, la statua fu provvisoriamente realizzata in legno e dorata, e sostituita quindi nel 1756 dall’attuale in pietra.


16. Piazza della Borsa
Piazza della Borsa è una delle piazze principali di Trieste. Conosciuta anche come il secondo salotto buono cittadino, la piazza è stata il centro economico della città per tutto il XIX secolo.
È la piazza immediatamente adiacente a piazza Unità d’Italia e, restringendosi, prosegue fino all’inizio di corso Italia, un’importante arteria cittadina. Il luogo ove sorge la piazza si trovava anticamente appena fuori dalle mura cittadine. Infatti nel punto dove si trova il passaggio con piazza Unità si trovava la porta di Vienna, e le case che delimitano la piazza verso monte seguono la linea delle antiche mura.
La piazza inizialmente si chiamava piazza della Dogana, dal nome dell’edificio che sorgeva al posto dell’attuale Palazzo del Tergesteo, dove sono presenti esercizi commerciali. Nel palazzo del Tergesteo trovano posto anche alcuni dei caffè storici di Trieste.
Il nome di “Piazza della Borsa” deriva da un evidente toponimo dovuto al palazzo costruito nel 1806 dall’architetto maceratese Antonio Mollari per ospitare le attività dei commercianti di Borsa. Tale edificio, che contraddistingue la piazza e che costituisce uno degli esempi più rilevanti dei monumenti neoclassici triestini, è attualmente sede della Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura di Trieste.
A fianco di questo palazzo si trovava un tempo il Canal Piccolo, ancor oggi ricordato dal nome della via, che attraverso la Portizza e via del Ponte arrivava fino al centro della città vecchia. Il canale fu interrato nel 1816.
Di fronte al palazzo della Camera di commercio una colonna in pietra sorregge la figura di un imperatore. È la colonna di Leopoldo I d’Austria il cui figlio, Carlo VI, istituì a Trieste il porto franco. La colonna era stata eretta nel 1660 in piazza Pozzo del Mare e venne spostata in piazza della Borsa nel 1808.
Il 27 aprile 2011 è stata inaugurata la restaurata e riqualificata piazza della Borsa, con la completa pedonalizzazione.


17. Molo Audace
Il molo Audace si trova sulle rive di Trieste, in pieno centro della città, a pochi passi da piazza Unità d’Italia e dal Canal Grande. Separa il bacino di San Giorgio (a nord) dal bacino di San Giusto (verso sud) del Porto Vecchio.
Nel 1740 affondò nel porto di Trieste, vicino alla riva, la nave San Carlo. Invece di rimuovere il relitto, si decise di utilizzarlo come base per la costruzione di un nuovo molo, che venne costruito tra il 1743 ed il 1751 e fu intitolato appunto a San Carlo.
Allora il molo era più corto di come si presenta oggi; misurava infatti solamente 95 metri di lunghezza ed era unito a terra tramite un piccolo ponte di legno. Nel 1778 venne allungato di 19 metri e nel 1860-1861 di altri 132 metri, raggiungendo così l’attuale lunghezza di 246 metri. Anche il ponte venne eliminato, congiungendo il molo direttamente alla terraferma.
Al molo san Carlo attraccavano allora sia navi passeggeri che navi mercantili, con gran movimento di persone e di merci.
Il 3 novembre del 1918, alla fine della prima guerra mondiale, la prima nave della Marina Italiana ad entrare nel porto di Trieste e ad attraccare al molo San Carlo fu il cacciatorpediniere Audace, la cui ancora è ora esposta alla base del faro della Vittoria.
In ricordo di questo avvenimento nel marzo del 1922 venne cambiato nome al molo, chiamandolo appunto “Molo Audace”, ed all’estremità del molo stesso nel 1925 venne eretta una rosa dei venti in bronzo, con al centro una epigrafe che ricorda l’approdo, e sul fianco la dicitura “Fusa nel bronzo nemico III novembre MCMXXV”. La rosa, sorretta da una colonna in pietra bianca, sostituì una precedente rosa dei venti tutta in pietra. La data MCMIL incisa sulla colonna ricorda il ripristino della stessa dopo il danneggiamento subito durante la seconda guerra mondiale.
Nel tempo, con lo spostamento dei traffici marittimi in altre zone del porto, il molo Audace perse progressivamente la sua funzione mercantile, ed oggi vi attraccano saltuariamente solo imbarcazioni di passaggio. Il molo è rimasto così un frequentato luogo di passeggio, una passerella protesa sul mare dall’indubbio fascino, che completa la passeggiata sulle rive ed in piazza Unità d’Italia.


18. Borgo Teresiano
Il Borgo Teresiano è un quartiere di Trieste costruito attorno alla metà del XVIII secolo e voluto dall’allora Imperatore d’Austria Carlo VI e, dopo la sua morte, da Maria Teresa d’Austria, da cui prende il nome.
Il quartiere fu progettato per dare un po’ di respiro e sviluppo alla città che stava assistendo al fiorire del commercio portuale. Venne ricavato dall’interramento delle saline della città, urbanizzando un’area al di fuori dalle mura e dal centro rappresentato dal Colle San Giusto.
Con il suo asse viario formato da linee parallele e perpendicolari tra loro, è uno dei primi esempi di piani regolatori cittadini moderni.
Il Borgo Teresiano si sviluppa tra la via Carducci, il corso Italia, la stazione ferroviaria e le rive.


19. Canal Grande
Il Canal Grande di Trieste è un canale navigabile che si trova nel cuore del Borgo Teresiano, in pieno centro della città, a metà strada circa tra la stazione ferroviaria e piazza Unità d’Italia, con imboccatura dal bacino di San Giorgio del Porto Vecchio.
Fu realizzato nel 1754-1756 dal veneziano Matteo Pirona, scavando ulteriormente il collettore principale delle saline, quando queste vennero interrate per permettere lo sviluppo urbanistico della città all’esterno delle mura. È stato costruito affinché le imbarcazioni potessero giungere direttamente sino al centro della città per scaricare e caricare le loro merci.
Nella sua conformazione iniziale, il canale era più lungo di come si presenta oggi, ed arrivava sino a lambire la chiesa di Sant’Antonio. La parte terminale del canale è stata infatti interrata nel 1934, con le macerie derivanti dalla demolizione della città vecchia, ricavando così l’attuale piazza Sant’Antonio. Nell’interramento si dice che sia stata sepolta anche una piccola nave torpediniera che si trovava lì ormeggiata in avaria ed abbandono dalla fine della guerra sebbene dalle fotografie dell’epoca, ritraenti i lavori di interramento, non si scorga alcuno scafo.


20. Ponte Rosso e Ponte Verde
Il Ponte Rosso, a metà canale, fu costruito in legno nel 1756, appena ultimata la costruzione del canale. Era allora l’unico ponte esistente, in quanto gli altri ponti vennero costruiti in epoca successiva. Fu rifatto ampliandolo una decina d’anni dopo e rifatto ancora, questa volta in ferro, nel 1832. Sul Ponte Rosso si trova la statua dello scrittore irlandese James Joyce, in ricordo della sua permanenza in città. Ai quattro estremi del ponte sono posizionati sui parapetti quattro bei fanali, che precedentemente ornavano la statua della dedizione di Trieste all’Austria che si trovava un tempo in piazza Libertà, dinanzi alla stazione ferroviaria. La statua fu inaugurata nel 1889 e rimossa nel 1919.
Il Ponte Verde, all’inizio del canale, all’imbocco dal mare, fu costruito in ferro nel 1858. Gli fu affiancato nel 1904 un altro ponte, detto Ponte Bianco o Ponte Nuovo, sul quale passava la ferrovia che una volta collegava il porto vecchio al porto nuovo passando per le Rive. All’inizio del canale, a ridosso del ponte, si trova uno squero per la messa a secco e la manutenzione delle piccole imbarcazioni.
Il nome dei ponti deriva dal colore con cui erano dipinte in origine le loro strutture. All’epoca della loro costruzione i ponti erano girevoli o apribili, per permettere l’accesso al canale dei velieri per lo scarico delle merci. I ponti mobili furono successivamente sostituiti dagli attuali ponti fissi in muratura, che però consentono soltanto il passaggio di piccole imbarcazioni durante la bassa marea. Il Ponte Rosso fu sostituito nel 1925, e il Ponte Verde nel 1950. Con queste edificazioni il Ponte Verde e il Ponte Bianco divennero un’unica struttura.


21. Chiesa di Sant’Antonio Nuovo
La chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo (chiamata comunemente chiesa di Sant’Antonio Nuovo), è il principale edificio religioso del Borgo Teresiano e del centro di Trieste.
La chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo è stata costruita nel cosiddetto “Borgo Teresiano” di Trieste per far fronte in modo adeguato alle esigenze religiose della popolazione cresciuta assieme al grande sviluppo della “Città Nuova” nell’ultima parte del 1700 e durante il 1800. La chiesa è situata nell’omonima piazza, a ridosso del Canale Grande. Il progetto della chiesa risale al 1808, ma i lavori cominciarono solo nel 1825. La facciata dell’edificio è caratterizzata da sei colonne ioniche. Sempre sulla facciata principale, nell’attico, sono presenti sei statue scolpite da Francesco Bosa nel 1842, raffiguranti san Giusto, san Sergio, san Servolo, san Mauro, sant’Eufemia e santa Tecla.
Precedentemente sullo stesso posto era stata eretta nel 1767 e aperta al culto nel 1771, una chiesa parimenti dedicata a Sant’Antonio Taumaturgo, che, dopo un restauro nel 1784, fu demolita nel 1828 perché rivelatasi insufficiente alle necessità. La costruzione del nuovo edificio sacro, popolarmente denominato “Sant’Antonio Nuovo”, ebbe inizio nello stesso 1828. Progettato dall’architetto Pietro Nobile è insigne monumento di architettura neoclassica.

Gita a Ravenna

gita a Ravenna

Il testo che segue è la trascrizione degli appunti presi nel corso di una gita a Ravenna, che si è avvalsa del competente supporto delle guide di OrienteOccidente. Il testo è relativo ai monumenti a pagamento della città di Ravenna: la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, il Battistero Neoniano, il Mausoleo di Galla Placidia e la Chiesa di San Vitale. La classe a cui è stata destinata l’uscita didattica è una prima media, che ha successivamente rielaborato l’attività svolta a Ravenna con lo studio degli appunti rielaborati dall’insegnante.

La storia di Ravenna da Onorio a Teodorico

Nel 402 d.C. l’Imperatore Onorio scelse Ravenna come capitale dell’Impero Romano d’Occidente perché protetta dalle lagune e perché si trovava sul mare, che rispetto ad oggi è arretrato di circa 12 chilometri. In questo periodo Ravenna, come Venezia, sorgeva su isole: quindi era una città protetta e sicura perché non raggiungibile facilmente via terra. Il porto, che era stato fondato da Ottaviano Augusto nel 1 sec. a.C. con funzione militare, era situato a Classe: oltre a costituire una rapida via di fuga verso l’Adriatico e l’Oriente, veniva utilizzato anche a scopi commerciali.
Dopo Che Odoacre ebbe conquistato l’Italia ed ebbe inviato a Costantinopoli le insegne dell’Imperatore Romolo Augustolo, l’Imperatore d’Oriente Zenone decise di inviare in Italia l’ostrogoto Teodorico, per riportare l’autorità imperiale appena decaduta: Teodorico, nonostante fosse re e guida militare di un popolo barbaro, era un uomo colto, poiché si era formato alla corte di Costantinopoli e ammirava la civiltà e la cultura romana. Proprio la sensibilità, la tolleranza e la libertà che Teodorico intendeva concedere a culture diverse, fece sì che questo re decidesse di far convivere Romani e Ostrogoti ognuno con le proprie leggi, le proprie culture e religioni: per questo motivo fece costruire luoghi di culto per i Romani, che erano cattolici, e per gli Ostrogoti, che seguivano invece l’Arianesimo, e cioè il Cristianesimo predicato dal vescovo Ario che, per la sua maggior semplicità, si era diffuso presso le popolazioni barbare.

Basilica di Sant’Apollinare Nuovo

La Basilica di Sant’Apollinare Nuovo fu costruita per il culto ariano nel 505 d.C., durante il regno di Teodorico: sotto la dominazione ostrogota la basilica era intitolata a Cristo. Questo edificio religioso è anche una “chiesa di palazzo” (o “palatina”, perché costruita accanto al palazzo del re per la sua corte: nella parte bassa del timpano è infatti scritta la parola latina “palatium”, che si riferisce appunto al palazzo imperiale.
La Basilica di Sant’Apollinare Nuovo riprende la tradizione architettonica della basilica paleocristiana: è infatti di forma rettangolare, con una navata centrale di larghezza doppia rispetto alle due navate laterali, da cui è divisa da una serie di colonne, ed è caratterizzata dalla presenza di un’abside, la parte più importante della chiesa in cui si trova l’altare. Le colonne che dividono la navata centrale dalle due navate laterali sono dodici su ogni lato: questo numero ricorda quello dei dodici apostoli; l’abside dell’altare è rivolta verso l’Est, il punto cardinale in cui sorge il Sole e dove, quindi, sorge anche la luce divina della resurrezione di Cristo che con il suo sacrificio ha salvato gli uomini dal peccato.
Nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo sono particolarmente importanti le decorazioni musive o mosaici. Il mosaico è un’arte che nasce per la decorazione dei pavimenti: con il Cristianesimo il mosaico diventa parietale, e quindi viene composto anche sulle pareti dei luoghi di culto. Ciò accade perché, dato che le tessere dei mosaici hanno come caratteristica fondamentale la riflessione della luce, il mosaico stesso diventa un’immagine della luce divina e quindi di Dio stesso. Diversamente dal mosaico, l’affresco non presenta queste caratteristiche.
Il vetro colorato con cui sono stati realizzati i mosaici di Ravenna venivano prodotti a Bisanzio e giungevano via nave a Ravenna; gli artigiani che componevano con pazienza e perizia i mosaici erano invece di provenienza locale.
I due mosaici che si possono ammirare sulle pareti di destra e di sinistra sono entrambi composti da tre fasce diverse, disposte verticalmente.
Sulla parete di sinistra, nell’ordine inferiore, si può osservare la città di Classe (dove si trovava il porto di Ravenna), rappresentata con la città e le navi: si tratta di una rappresentazione teodoriciana del V sec. d.C. Come si può osservare dal mosaico, Classe era cinta da mura difensive e il porto aveva funzione commerciale, poiché attraverso di esso venivano scambiate merci con l’Oriente. Dalla città di Classe parte un corteo di donne con una corona e l’aureola: da questi due dettagli, la corona e l’aureola, si evince che si tratta di martiri cristiani, che hanno testimoniato a costo della propria vita la fedeltà all’insegnamento di Cristo. Per questo motivo hanno diritto ad entrare nel giardino che si vede nel mosaico, che rappresenta il Paradiso. Il corteo femminile è guidato dai re Magi, che sono raffigurati in modo completamente diverso rispetto alla rappresentazione tradizionale: non hanno la corona in testa, ma dei capelli con punte arrotondate. Questa infatti è l’immagine originaria e più fedele dei Magi, astronomi e sapienti provenienti dalla Persia (odierno Iran), dove si usava il berretto frigio. Anche sulla parete di sinistra si può osservare un segno abbastanza evidente della censura operata dai bizantini: mentre la Vergine Maria è di età teodoriciana, il corteo delle martiri è successivo, come si può vedere dalla differenza nelle tessere d’oro tra una parte e l’altra.
Sulla parete di destra, nell’ordine inferiore, è rappresentato il palazzo di Teodorico, come si può comprendere dalla parola latina “palatium”. Oltre al palazzo, sullo sfondo, sono presenti anche le due cattedrali e due battisteri, dedicate alla religione cristiana cattolica e al Cristianesimo ariano.
Un caratteristica molto particolare di questo mosaico è la presenza dei dettagli di alcune mani sulle colonne del palazzo di Teodorico, che non sfugge agli osservatori più attenti: questo dettaglio è molto importante perché rivela come il mosaico composto durante il regno di Teodorico sia stato successivamente ritoccato e modificato dopo il 540 d.C., l’anno in cui Giustiniano I, Imperatore dell’Impero Bizantino, riconquista Ravenna alla fine della Guerra Greco-Gotica. Si pensa infatti che al posto delle tende scure che si trovano tra le colonne fossero rappresentate delle guardie o dei militari ostrogoti, che i bizantini, meno tolleranti di Teodorico verso altre culture e religioni, avrebbero rimosso e sostituito. Anche il corteo dei santi che occupa la maggior porzione della parete destra non è di età teodoriciana ma è stato sostituito durante la dominazione bizantina: analogamente al corteo delle martiri, anche i santi portano l’aureola e la corona. Sulle loro vesti sono presenti le gammadie, e cioè delle lettere il cui significato non è ancora chiaro.
Tra i santi martiri, il primo è rappresentato diversamente da tutti gli altri: è il vescovo San Martino, rappresentato con il color porpora che solitamente viene dedicato a Cristo, che si era battuto contro l’ eresia e in particolare contro l’Arianesimo: infatti da “Basilica di Cristo” di età ostrogota, Sant’Apollinare Nuovo diventa “Basilica di San Martino”. San Lorenzo, il quarto santo da sinistra, ha una veste d’oro, in quanto fin dai tempi dell’Imperatore Costantino era considerato il protettore della famiglia imperiale.
Il corteo dei martiri si rivolge verso Cristo, che si trova verso l’abside della basilica: Cristo è circondato dai quattro arcangeli, due per ogni lato.

Battistero Neoniano

Il battistero è il luogo di culto cristiano dove si celebra il rito del Battesimo. Tradizionalmente i battisteri si trovavano in un corpo separato rispetto alla chiesa, proprio per testimoniare la distanza tra chi è battezzato e può recarsi in chiesa a seguire le celebrazioni e accostarsi ai sacramenti e chi invece, non essendo ancora battezzato, non può entrarvi.
Il Battistero Neoniano di Ferrara sorge accanto all’antica cattedrale: ha assunto questo nome perché è stato rinnovato dal vescovo di Ravenna Neone, che lo fa decorare. Venne anche nominato battistero “degli ortodossi” per distinguerlo da quello degli Ariani.
Anche il Battistero Neoniano, come altri edifici di questo tipo, è di forma ottagonale: la scelta di un poligono regolare con otto lati non è casuale, ma indica simbolicamente l’ottavo giorno, quello della resurrezione e della rinascita che ogni nuovo riceve grazie al sacramento del battesimo. Anticamente il rito battesimale avveniva attraverso l’immersione in un vasca, che solitamente si trovava al centro dell’edificio: quella attualmente presente nel Battistero Neoniano non è quella originale.
Particolarmente interessanti sono i mosaici posti sulla cupola del battistero, suddivisi in tre grandi cerchi concentrici. Il cerchio più interno, posto sulla sommità della cupola, rappresenta l’episodio del Vangelo del battesimo di Cristo: al centro si vede Cristo immerso nelle acque del fiume Giordano, alla sua sinistra San Giovanni Battista e a destra una personificazione del fiume Giordano; dall’alto scende una colomba che simboleggia la discesa dello Spirito Santo. Nel secondo cerchio sono rappresentati i dodici apostoli, che portano la corona, simbolo del martirio ma anche premio della vita eterna. Nel terzo cerchio sono invece presenti delle strutture architettoniche legate al rito del battesimo, come ad esempio dei troni e dei posti vuoti, così rappresentati perché saranno occupati dai catecumeni, e cioè coloro che otterranno la salvezza subito dopo aver ricevuto il sacramento battesimale. La comunità dei fedeli è rappresentata dai quattro vangeli aperti, mentre le figure dei profeti sono sormontati dalle conchiglie, simboli dell’acqua e del battesimo.

Mausoleo di Galla Placidia

Galla Placidia, figlia di Teodosio I e sorella di Onorio e Arcadio, fu reggente dell’Impero Romano d’Occidente quando il figlio Valentiniano III, ancora in tenera età, non era in grado di guidare l’Impero. Fece costruire per sé il Mausoleo che porta il suo nome, anche se i suoi resti non vi furono mai conservati.
Il tema decorativo del mausoleo, una costruzione in mattoni di piccole dimensioni, è la notte stellata, presente nelle volte e nella cupola, al cui centro si trova una croce d’oro che simboleggia la salvezza e la resurrezione: così come l’abside delle chiese cristiani, anche questa croce è rivolta verso Est, il punto cardinale in cui sorge il Sole e, per analogia, il punto da cui proviene la luce della salvezza divina. Ai lati della volta sono raffigurati degli animali che rappresentano i quattro evangelisti, mentre nelle lunette sono rappresentati gli apostoli con le colombe, che rappresentano lo Spirito Santo.
Anche i quattro bracci che formano la pianta a croce del mausoleo sono presenti dei mosaici: sopra il sarcofago di pietra che avrebbe dovuto contenere Galla Placidia si trova San Lorenzo Martire, la cui importanza è anche sottolineata nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo dalla veste d’oro: nel mausoleo di Galla Placidia, San Lorenzo viene rappresentato sulla destra, nell’atto di rivolgersi direttamente a chi osserva il mosaico, quasi a chiamarlo a testimone del suo martirio: tiene la croce come se fosse una spada, e cioè un’arma con cui combatte gli eretici. La grata infuocata del martirio di San Lorenzo si trova al centro, ed è costruita con un forte senso di tridimensionalità e di profondità.
In questo mausoleo si può quindi osservare una fusione, un’unione perfetta tra l’arte romana e quella greca: il senso della prospettiva e della profondità sono il punto più alto dell’arte del mosaico romano.

Chiesa di San Vitale

La Chiesa di San Vitale risale al VI sec. d.C., ed ha una forma straordinaria perché non basilicale: infatti non è un rettangolo diviso in navate e concluso da un’abside come Sant’Apollinare Nuovo, ma presenta una pianta ottagonale. Si può quindi dire che ha la forma di un battistero. Il secondo elemento particolare della struttura architettonica di San Vitale è la presenza di due piani: il piano posto più in alto costituiva il matroneo, e aveva cioè la funzione di accogliere le donne e i bambini che assistevano alle celebrazioni separati dagli uomini.
È presente un mosaico pavimentale del VI sec., di cui rimangono due spicchi, mentre il resto del pavimento è stato rifatto in epoche successive. Il pavimento di San Vitale, nel corso dei secoli, è stato influenzato dal fenomeno della subsidenza: trovandosi in una zona ricca di acque sotterranee, come altri monumenti di Ravenna, anche la Chiesa di San Vitale si è abbassata, sprofondando nel terreno. Per molto tempo quindi il pavimento della Chiesa è stato rialzato rispetto a quello originario, come si vede anche dal segno lasciato alla base delle colonne interne del perimetro ottagonale: grazie all’uso di idrovore le fondamenta della chiesa sono state asciugate e quindi ora è possibile vedere il pavimento nel suo stato originario.
Oltre alla sua struttura, un altro elemento di straordinarietà della chiesa consiste nei mosaici bizantini in essa presenti, concentrati nel presbiterio e nell’abside, e cioè nei punti più importanti della chiesa in cui si celebra l’Eucarestia.
Il tema che viene celebrato nei mosaici è quello del sacrificio: le immagini rappresentate seguono quindi un progetto preciso e ben definito. Al centro della volta è presente la figura di Gesù Cristo, con ai lati i quattro santi che lo sorreggono. La rappresentazione di Cristo è diversa da quella sofferente a cui siamo abituati: si tratta infatti di un Cristo giovane, felice e trionfante, posizionato sopra una sfera azzurra che simboleggia tutto il creato; questa è la rappresentazione di “Cristo Pantocratore”, e cioè creatore del cielo e della terra. Cristo viene rappresentato nel momento in cui porge la corona a San Vitale, martire del III-IV secolo, che si trova alla sua sinistra.
Il tema del sacrificio è presenta anche sulla lunetta che si trova a sinistra dell’altare, che raffigura il sacrificio di Isacco raccontato nell’Antico Testamento: a sinistra del mosaico Abramo e sua moglie Sara ricevono l’annuncio della nascita del loro figlio, mentre sulla destra la mano di Dio ferma Abramo nel momento in cui sta sacrificando il suo unico figlio a Dio, che gli aveva chiesto ciò per mettere alla prova la sua fede.
Sulla lunetta che si trova sul lato opposto, a destra dell’altare, una mano benedicente che scende dal cielo benedice Abele, rappresentato da un agnello che testimonia il suo sacrificio per mano di Caino (sulla sinistra) e il profeta Melchisedec sulla destra, nell’atto di offrire pane e vino.
Ai due lati dell’abside, in basso, sono presenti i mosaici che raffigurano l’Imperatore d’Oriente Giustiniano I (sulla sinistra) e l’Imperatrice Teodora, sua moglie (a destra). Nella Chiesa di San Vitale trovano spazio, oltre che figure religiose, anche figure del potere politico: sia Giustiniano che Teodora, assieme alla loro corte, sono rappresentati con vesti di colore porpora, lo stesso utilizzato per Cristo, e con l’aureola; la corona portata da Giustiniano contiene il pane, mentre quella portata da Teodora contiene il vino, entrambi simboli del sacrificio di Gesù per gli uomini.
Sotto l’arco absidale, e cioè il grande arco che divide l’abside dal resto della chiesa, sono raffigurati i dodici apostoli, assieme ai due figli di San Vitale, Protasio e Gervasio, rappresentati alla base dei pilastri dell’arco.
Vicino ad uno degli ingressi della Chiesa, è presente un sarcofago del V sec., in cui i Re Magi vengono rappresentati in bassorilievo con il cappello frigio, come nel caso della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo.

Testo unico di quinta elementare: “L’Impero d’Italia”

testo unico di quinta elementare l'impero d'Italia
Questo libro, intitolato L’impero d’Italia, veniva utilizzato dagli allievi di quinta elementare negli anni successivi alla Guerra di Etiopia.

La Rivoluzione Francese

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1. LA RIVOLUZIONE FRANCESE: UNO SGUARDO COMPLESSIVO
Con il termine “Rivoluzione Francese” si intende l’insieme degli eventi politici e sociali avvenuti in Francia tra il 1789 e il 1795, che hanno portato al rovesciamento della monarchia assoluta dei Borbone e alla fine della società di “Ancien Régime”, alla formazione della monarchia costituzionale e successivamente all’instaurazione della Repubblica.
La Rivoluzione Francese ha segnato in modo profondo la storia dell’Europa, e ha contribuito alla diffusione in tutto il continente europeo degli ideali dell’Illuminismo, dei diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino (come la libertà di pensiero, di parola e di stampa), del valore della democrazia e della separazione dei poteri dello Stato, della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e alla loro possibilità di autodeterminarsi attraverso i partiti politici.
La Rivoluzione Francese è sicuramente un fenomeno complesso, di cui gli storici hanno dato interpretazioni diverse e in qualche caso contrastanti: nonostante sia durato pochi anni, è caratterizzato da un’evoluzione rapida e stratificata, e quindi si articola al suo interno in diversi periodi. Per tracciare un quadro generale utile all’analisi degli avvenimenti più importanti, anche a costo di operare una semplificazione, possiamo distinguere tre fasi fondamentali della Rivoluzione Francese: una prima fase (che possiamo definire “moderata” o “borghese”), che va dal mese di giugno del 1789 alla fine del 1791, culminante nella Costituzione del 1791, che stabilisce per la Francia come forma di governo una monarchia costituzionale sul modello di inglese, in cui il Parlamento viene eletto a suffragio censitario soltanto da una parte dei cittadini maschi. Vi è poi una seconda fase, che va dal 1792 al 1794, caratterizzata dall’instaurazione della Repubblica, dal suffragio universale maschile e della guerra contro le monarchie assolute europee (si tratta di una fase che possiamo definire “democratica”). Infine, tra la conclusione del 1794 e l’inizio del 1795, si apre una terza fase della Rivoluzione Francese, con il ritorno ad un governo borghese e moderato, in cui la partecipazione dei cittadini alla vita politica è limitata, come nella prima fase, attraverso la restrizione del diritto di voto.
1. Costruisci una tabella sul tuo quaderno, indicando le caratteristiche fondamentali delle tre fasi della Rivoluzione Francese.

2. LE CAUSE DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE
Come per molti altri fenomeni storici, anche per la Rivoluzione Francese è possibile individuare delle cause profonde, riguardanti cioè dinamiche storiche di lungo periodo, e altre cause immediate, che devono essere ricercate nella situazione sociale ed economica della Francia nella seconda metà del XVIII sec.
Tra le cause profonde della Rivoluzione Francese è possibile individuare la disuguaglianza che contraddistingueva la struttura della società di antico regime, organizzata in “stati” o “ordini”, che la Francia condivideva con altri paesi europei: il primo e il secondo stato (rispettivamente il clero e la nobiltà) insieme componevano soltanto il 2% della popolazione francese, ma godevano di molti privilegi non concessi al resto dei cittadini francesi e detenevano circa il 30% della ricchezza totale del paese. Inoltre, gli ecclesiastici e l’aristocrazia obbedivano a leggi diverse da quelle a cui era sottoposto il terzo stato: ad esempio, quando venivano processati, venivano giudicati da corti formate esclusivamente da membri del loro ordine sociale. Infine, non dovevano versare alcuna tassa allo stato, ma contemporaneamente potevano imporne, a proprio vantaggio, sui cittadini che abitavano i territori sotto il loro controllo; in molte regioni francesi infatti erano ancora in vigore i privilegi feudali risalenti al Medioevo: i nobili potevano imporre ai contadini le corvées, come ad esempio la tassa per macinare il grano, per transitare su un determinato territorio, oppure potevano richiedere una prestazione di lavoro gratuita. Conseguentemente, il terzo stato, che rappresentava il 98% della popolazione francese, si trovava in una condizione di subalternità economica rispetto agli altri due stati: oltre a non godere di questi privilegi economici e fiscali, non aveva alcuna rappresentanza politica.
Fonte iconografica n. 1: “Il grande peso”, Taglia, imposte e corvée, stampa anonima, Biblioteca Nazionale, Parigi.

La vignetta rappresenta le tasse (taglia e imposte) e le corvée che, come una pietra, gravano sul Terzo stato, ma che sono nello stesso tempo la base della ricchezza della nobiltà e del clero.

Fonte iconografica n. 2: “Il risveglio del Terzo stato”, incisione anonima a colori, Museo Carnavalet.

La vignetta rappresenta il Terzo stato che rompe le catene che lo imprigionavano e prende le armi contro la nobiltà e il clero.
A queste cause di lungo periodo, si aggiungono una serie di cause immediate, collocabili negli anni immediatamente precedenti allo scoppio della Rivoluzione. Proprio nella seconda metà del Settecento, durante il regno di Luigi XVI di Borbone, la Francia viveva una fase di profonda crisi economica e sociale, dovuta a molteplici fattori: una serie di scarsi raccolti che avevano fatto aumentare il prezzo del pane, al punto che le classi sociali più povere, e in particolare i salariati delle città, finirono in miseria; il crescente indebitamento dello stato francese, che aveva sostenuto grandi spese per finanziare l’indipendenza degli Stati Uniti d’America dall’Inghilterra; la perdita di prestigio della monarchia di Luigi XVI di Borbone, a cui i francesi rimproveravano il matrimonio con la straniera Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, che veniva chiamata con disprezzo “l’Austriaca”; la diffusione presso i ceti più colti e gli intellettuali borghesi delle idee dell’Illuminismo, che sostenevano l’uguaglianza tra gli uomini e la necessità di garantire a tutti i diritti fondamentali come le libertà di pensiero e parola; infine, proprio le resistenze da parte dei ceti nobiliari ad accettare una riduzione dei loro privilegi, causavano un diffuso malcontento dell’opinione pubblica, che cominciava a mettere apertamente in discussione il sistema sociale di antico régime, avanzando richieste di rappresentanza politica, sull’esempio della Rivoluzione americana.
2. Sintetizza sul tuo quaderno e memorizza le cause della Rivoluzione Francese, mettendone in evidenza le due tipologie.

3.1 LO SCOPPIO DELLA RIVOLUZIONE
Nonostante i tentativi del ministro delle finanze Necker, che aveva senza successo cercato di risanare il bilancio dello stato imponendo tasse a tutte le classi sociali (e quindi anche al clero e alla nobiltà), l’opinione pubblica francese ritenne che l’unica possibilità di uscire dalla grave crisi economica e sociale fosse la convocazione degli Stati Generali, un organismo politico formato dai rappresentanti di tutti gli ordini (o “stati”) che componevano la società francese, e cioè il clero, la nobiltà e il terzo stato.
Tutti le classi sociali spingevano per la convocazione degli Stati Generali: da una parte clero e nobiltà desideravano evitare l’imposizione di tasse e mantenere inalterati i propri privilegi; dall’altra, il terzo stato invece chiedeva più diritti e maggior equità nell’imposizione fiscale. Le richieste dei tre stati furono raccolte nei “Cahiers de doléances”, i “Quaderni delle lamentele”, che dovevano essere sottoposti al re durante i lavori dell’assemblea: il terzo stato, in particolare, chiedeva l’abolizione della decima e dei privilegi dei signori feudali.
Sulla spinta di queste richieste, il 5 maggio del 1789 il re di Francia Luigi XVI di Borbone convocò l’assemblea degli Stati generali. La composizione degli Stati Generali era prevalentemente borghese e di ispirazione politica moderata: oltre ai nobili e al clero, il terzo stato era rappresentato da uomini di legge, professionisti ed intellettuali, mentre erano rappresentati in misura decisamente minore le classi sociali più umili (come gli artigiani e i contadini) e i ceti produttivi (come imprenditori e commercianti).
Chiamata ad esprimere il proprio punto di vista sull’imposizione delle tasse, gli Stati Generali, tuttavia, non riuscirono a trovare un accordo sulle proposte da avanzare a Luigi XVI, né sul metodo da adottare per esprimere il proprio voto: clero e nobiltà, seguendo la tradizione degli Stati Generali, volevano votare “per ordine”, in modo che ognuno dei tre stati esprimesse un solo voto (e quindi con un massimo di tre voti, uno ciascuno per stato); diversamente, il terzo stato voleva che si votasse “per testa”, in modo che ogni rappresentante presente agli Stati Generali potesse esprimere un singolo voto, autonomo e indipendente. È evidente che, votando per ordine, clero e nobiltà avrebbero sarebbero riusciti a fare fronte comune e difendere i propri privilegi, isolando il terzo stato; al contrario, votando per testa, avrebbe vinto il terzo stato, che aveva la maggioranza dei rappresentanti degli Stati Generali.
3.2 L’ASSEMBLEA NAZIONALE COSTITUENTE
Poiché, quindi, l’assemblea degli Stati Generali non riusciva a trovare un accordo sul metodo di voto, il terzo stato prese una decisione del tutto autonoma, che spezzava i precari equilibri politici della Francia in questa fase storica: il terzo stato infatti decise di autoproclamarsi Assemblea Nazionale (17 giugno 1789), dichiarando di essere l’unico rappresentante del popolo francese e sostituendo in questo modo l’assemblea degli Stati Generali. Con la scelta da parte di alcuni rappresentanti del clero (in particolare del basso clero) e di alcuni nobili di schierarsi con il terzo stato, l’assemblea degli Stati generali cambiò il proprio nome in quello di Assemblea Nazionale Costituente (9 luglio 1789), che si proponeva esplicitamente lo scopo di dare alla Francia una Costituzione, ovvero una legge fondamentale, interrompendo in modo netto la tradizione della monarchia assoluta francese, e che guardava, diversamente, al modello della monarchia parlamentare inglese.
Fonte iconografica n. 3: “Il giuramento della Pallacorda»”, di Jacques-Louis David, Versailles, Musée National, 1790-1791, disegno a penna e bistro.

In questo quadro il pittore neoclassicista J.-L.
David rappresenta il momento solenne in cui il Terzo Stato si autoproclama Assemblea Nazionale Costituente.

Con la proclamazione dell’Assemblea nazionale costituente si compì il primo atto della Rivoluzione Francese. Luigi XVI, temendo il ridimensionamento della sua figura e della monarchia assoluta, tentò inutilmente di arrestare l’azione dell’Assemblea: il popolo di Parigi insorse il 14 luglio 1789, assaltando la Bastiglia, prigione e fortezza simbolo della monarchia assoluta, dove liberò i prigionieri politici e soprattutto recuperò armi e munizioni utili alla causa della rivoluzione.
Fonte iconografica n. 4: “Presa della Bastiglia”, dipinto di J.P. Houël, 1789, Biblioteca Nazionale di Francia.

Non essendo in grado di controllare questi tumultuosi eventi, Luigi XVI ritirò le truppe fedeli al re e concesse la formazione della Guardia Nazionale, un corpo militare formato da cittadini della capitale che non rispondeva delle proprie azioni direttamente al re, ma al Municipio di Parigi.
Nel frattempo, nelle campagne francesi divampava la cosiddetta “Grande paura”, una diffusa rivolta dei contadini contro i signori feudali, causata da un periodo di carestie e di scarsi raccolti, e contemporaneamente dal timore che venisse ristabilito con ferocia il potere dei nobili e dei signori feudali sulle campagne: si erano infatti diffuse molte voci secondo cui eserciti di briganti e stranieri sarebbero venuti nelle campagne francesi a distruggere i raccolti e uccidere i contadini per vendicare il potere dei nobili proprietari terrieri.
3.3 LE RIFORME DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE COSTITUENTE
Per porre fine a questa situazione di elevata tensione e ristabilire l’ordine sociale, l’Assemblea Nazionale Costituente decise di attuare una serie di importanti riforme sul piano economico-sociale e politico-amministrativo.
Innanzitutto, sul piano economico e sociale, l’Assemblea Nazionale Costituente decise di sopprimere i privilegi fiscali della nobiltà e di liberare i contadini dai vincoli feudali che li legavano ai proprietari terrieri delle campagna: i contadini, quindi, non avrebbero più dovuto pagare per transitare su una certa strada, o per poter macinare il grano al mulino del signore, né avrebbero dovuto cedere parte del loro raccolto o del loro lavoro ad un signore. In secondo luogo, l’Assemblea, il 26 agosto 1789, emanò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che recepiva i capisaldi fondamentali del pensiero e illuminista, e stabiliva per tutti i cittadini le libertà fondamentali di pensiero, di parola e di stampa; inoltre la Dichiarazione stabiliva l’uguaglianza di tutti i cittadini e, ispirandosi al principio politico della sovranità popolare (e cioè che il potere non appartiene al re ma a tutto il popolo), abolì la monarchia assoluta. In terzo luogo, l’Assemblea Nazionale Costituente prese dei provvedimenti rivoluzionari nei confronti del clero: per far fronte al pesante debito pubblico dello stato, furono confiscate le proprietà della Chiesa, affinché potessero essere vendute e lo Stato potesse incamerare denaro dalla loro vendita; inoltre, sempre riguardo al rapporto tra lo stato e la chiesa, approvò la “costituzione civile del clero”, in base alla quale parroci e vescovi venivano eletti dai fedeli, erano stipendiati dallo Stato e dovevano giurare fedeltà alla Costituzione.
Sul piano amministrativo, l’Assemblea Nazionale Costituente riformò l’amministrazione dello Stato, dividendo il territorio francese in 83 dipartimenti; furono introdotte delle riforme che avevano l’obiettivo di garantire una maggiore equità sociale, come ad esempio un sistema di tassazione proporzionato ai redditi dei cittadini e la garanzia di una giustizia gratuita e accessibile a tutti i cittadini.
Infine, sul piano politico, nel settembre del 1791 fu approvata la Costituzione, che sancì la nascita della monarchia costituzionale, fondata sul principio della separazione dei poteri, già delineato nei suoi tratti generali dal Barone di Montesquieu: il potere legislativo (quello di fare le leggi e di dirigere la politica generale del paese) passò ad un parlamento denominato Assemblea Legislativa, composto di 745 rappresentanti eletti ogni due anni. Il re manteneva il potere esecutivo, e a lui spettava la nomina dei ministri e il diritto di non firmare e promulgare una legge scritta dal Parlamento; tuttavia il potere del re era soggetto a delle precise limitazioni: non poteva infatti sciogliere a piacimento l’Assemblea Legislativa, né dichiarare guerra, né firmare trattati di pace, poiché questi compiti spettavano esclusivamente all’assemblea eletta dai cittadini. Infine, il potere giudiziario fu affidato alla magistratura, indipendente in quanto eletta direttamente dal popolo. Nonostante la Costituzione del 1791 avesse definitivamente posto fine alla monarchia assoluta in Francia, non si trattava di una costituzione pienamente democratica: il diritto di voto infatti era esteso soltanto agli uomini al di sopra dei 25 anni che pagavano tasse elevate; rimanevano quindi escluse le donne e i ceti più umili del terzo stato. La Costituzione del 1791 è quindi a tutti gli effetti una costituzione borghese.
4.1 LA CRISI DEL PROGETTO MODERATO
Nel corso della prima fase della Rivoluzione Francese, il re di Francia, Luigi XVI, era stato privato del suo potere ed era stato costretto a trasferirsi con la corte da Versailles a Parigi: i rivoluzionari dell’Assemblea Nazionale Costituente avevano posto fine al potere assoluto della monarchia, ponendo dei precisi limiti all’azione di governo del re. Per questo motivo, mentre i lavori dell’Assemblea legislativa proseguivano, nel giugno del 1791 Luigi XVI, deciso a mantenere il proprio potere sullo stato, tentò di fuggire da Parigi per entrare nei Paesi Bassi austriaci, da dove pensava di poter allacciare dei rapporti diplomatici con l’Austria per fermare la rivoluzione e ristabilire la monarchia assoluta. Riconosciuto vicino all’attuale frontiera con il Belgio, Luigi XVI fu ricondotto a Parigi e, da questo momento in poi, visse strettamente sorvegliato: per far credere all’opinione pubblica che non avesse voluto fuggire, si sparse la voce che fosse stato rapito. Nonostante ciò, il tentativo di fuga da parte del re fu comunque interpretato come un tradimento della nazione.
Dopo la prima fase della Rivoluzione conclusa con la Costituzione del 1791, i fatti del 1792 sono decisivi per il prosieguo del movimento rivoluzionario. Infatti, nonostante le riforme attuate dall’Assemblea Nazionale Costituente, la Francia versava ancora in uno stato di profonda crisi, per due ordini di motivi: alla persistente crisi economica e sociale interna allo stato francese si aggiungeva, infatti, anche una minaccia esterna, proveniente dalle monarchie assolute europee (in particolare di Austria e Prussia) che guardavano con sospetto e preoccupazione ai fatti che stavano accadendo in Francia.
Per quanto riguarda la crisi interna dello stato, la Francia, nonostante gli sforzi di riorganizzazione amministrativa e tributaria, era ancora colpita da una grave crisi economica, tanto che nella strade di Parigi infuriava la protesta del popolo cittadino: la requisizione delle terre al clero e alla nobiltà non dava i frutti sperati, e le finanze dello stato erano pressoché esaurite. A Parigi, inoltre, tra le diverse forze rivoluzionarie, crebbe di importanza il gruppo dei cosiddetti “sanculotti” (dal francese sans-culotte, “senza-calzoni”, per il fatto che non vestivano alla maniera degli aristocratici, ma in abiti popolari); i sanculotti erano espressione del terzo stato cittadino: erano artigiani, piccoli commercianti, salariati, disoccupati, che avevano preso il controllo del Comune di Parigi ed erano guidati da un avvocato, Maximilien Robespierre, che era stato eletto agli Stati Generali come rappresentante del Terzo stato nel 1789. Diversamente dai borghesi che avevano animato la prima fase della Rivoluzione Francese, i sanculotti erano l’espressione politica delle classi sociali favorevoli all’instaurazione di una repubblica eletta a suffragio universale. Inoltre, i Sanculotti erano stati protagonisti dell’uccisione senza processo di un migliaio di sospettati controrivoluzionari e sostenitori della società di antico regime.
In secondo luogo, all’esterno dello stato, gli eserciti delle monarchie assolute austriaca e prussiana premevano sui confini francesi: Luigi XVI infatti, segretamente, aveva cercato di favorire il sostegno dei sovrani europei contro la rivoluzione; questi ultimi, dal canto loro, temevano che la rivoluzione potesse diffondersi anche nel resto dell’Europa e mettessero in crisi il loro potere assoluto nei propri stati.
Di fronte a questa situazione di minaccia da parte di Austria e Prussia, l’Assemblea legislativa francese decise di giocare d’anticipo, e il 20 aprile del 1792 dichiarò guerra all’Austria. In modo inaspettato, l’esercito della Francia rivoluzionaria, formato da truppe scarsamente addestrate e prive di equipaggiamento, riuscì a sconfiggere le forze austriache e prussiane nella battaglia di Valmy (nel settembre 1792) e conquistò alcuni territori di confine come Nizza, la Savoia, il Belgio. Agli occhi dei sostenitori della rivoluzione, questo successo era una segnale della forza di un popolo che non combatteva per denaro o per il proprio sovrano, ma per la libertà di un intero popolo e per la salvezza della rivoluzione.
Fonte iconografica n. 5:“La battaglia di Valmy”, dipinto di J. B. Mauzaisse, 1835.

Proprio mentre la Francia otteneva dei successi nella guerra contro le monarchie assolute europee, in politica interna si formò una nuova assemblea (chiamata “Convenzione Nazionale”), eletta a suffragio universale maschile e influenzata dai gruppi più apertamente rivoluzionari (in particolar modo dai Sanculotti), e composta da tre principali partiti politici: i Girondini (che rappresentavano la “destra” della Convenzione Nazionale), e che desideravano mettere un freno agli eccessi popolari e rivoluzionari dei Sanculotti; i Girondini erano infatti il partito moderato, rappresentante della borghesia degli affari. Sul lato opposto, alla “sinistra” della Convenzione Nazionale sedevano i Giacobini (chiamati anche “Montagna”), che erano vicini ai Sanculotti, e sostenevano le misure rivoluzionarie più estreme, democratiche e antimonarchiche; i più importanti esponenti dei Giacobini erano Robespierre, Danton e Marat. Tra la “destra” dei Girondini e la “sinistra” dei Giacobini si trovava il vasto gruppo chiamato “centro” o “Palude”, che appoggiavano ora i Girondini, ora i Giacobini, ed erano indecisi monarchia e repubblica, tra la pace e la guerra.
La Convenzione Nazionale cercò di imporre delle scelte politiche ancora più rivoluzionarie e radicali rispetto a quelle dell’Assemblea Nazionale Costituente. Innanzitutto fu proclamata la Repubblica, che prese il posto della monarchia costituzione come forma di governo dello stato: la sovranità fu quindi affidata al popolo, che eleggeva il parlamento attraverso libere elezioni. In secondo luogo fu abolita la schiavitù, dando così una precisa attuazione legislativa al principio di uguaglianza tra tutti gli uomini stabilito dagli illuministi. Infine, la Convenzione Nazionale pose fine definitivamente alla storia della monarchia secolare della Francia: accusato di aver inviato delle lettere ai sovrani d’Europa per avere il loro aiuto, Luigi XVI, il re di Francia, fu processato per alto tradimento e nel gennaio del 1793 fu decapitato davanti ad una folla immensa nell’attuale Place de la Concorde; qualche mese dopo salì sul patibolo e fu decapitata sua moglie, Maria Antonietta.
Fonte iconografica n. 6: “La condanna a morte di Luigi XVI”.

4.2 LA RIVOLUZIONE IN PERICOLO E I GIACOBINI AL POTERE
La condanna a morte del re, pur essendo stata approvata dalla maggioranza dei cittadini che sostenevano la rivoluzione, gettò molti francesi in uno stato di disorientamento e di sconcerto, causato dalla fine delle certezze che fino a quel momento avevano costituito la solidità dello stato francese. Inoltre, la politica rivoluzionaria attuata nei confronti della Chiesa e del clero aveva colpito sfavorevolmente parte della popolazione francese che era ancora fedele alla tradizione secolare del cattolicesimo, stanziata prevalentemente nelle aree rurali del vasto stato francese.
Per questo motivo, in alcune regioni della Francia scoppiarono dei moti “controrivoluzionari” (contrari cioè alla rivoluzione), dove gruppi di cittadini di orientamento monarchico volevano vendicare l’assassinio di Luigi XVII e salvare il Cristianesimo: questi moti controrivoluzionari scoppiarono in un’ampia regione nord-occidentale, la Vandea, a Bordeaux, nella regione attorno a Lione e nel sud della Francia, sulla costa mediterranea.
Come era accaduto dopo la Rivoluzione Inglese, anche in Francia scoppiò quindi una guerra civile, combattuta tra cittadini dello stesso stato: da una parte l’esercito rivoluzionario, che combatteva agli ordini della Convenzione Nazionale, dall’altro i ribelli contro-rivoluzionari, tra le cui fila militavano anche dei nobili francesi che non erano fuggiti all’estero. La repressione della Convenzione Nazionale contro i moti controrivoluzionari fu durissima: l’esercito dei sostenitori della Rivoluzione massacrò circa 150.000 ribelli, soprattutto nella regione della Vandea.
Per fronteggiare l’emergenza causata dalla crisi economica, dalle rivolte controrivoluzionarie e dalle sconfitte nella guerra contro le monarchie europee, la Convenzione Nazionale nell’aprile del 1793 decise di affidare tutti i poteri dello stato ad un organismo ristretto, composto da poche persone, denominato “Comitato di Salute Pubblica”. Il Comitato era formato da soli sette membri, e guidato dal giacobino Maximilien Robespierre, che accentrò il potere su di sé, instaurando una sorta di dittatura, con l’obiettivo fondamentale di salvare la rivoluzione dalle minacce interne ed esterne. I provvedimenti presi dai Giacobini e da Robespierre furono radicali e rivoluzionari, e riguardarono soprattutto la politica interna.
Per proteggere le classi sociali più povere, Robespierre pose un calmiere (cioè un prezzo massimo) sul prezzo del grano e dei generi alimentari di prima necessità. Per mantenere e rafforzare l’esercito che combatteva contro le monarchie europee, il Comitato istituì la leva obbligatoria, ovvero l’obbligo da parte dei cittadini di contribuire in prima persona alla difesa dello stato. Per impedire che all’interno della Francia si formassero delle forze contrarie alla rivoluzione, i Giacobini istituirono un Tribunale Rivoluzionario, che aveva poteri amplissimi; poteva infatti processare e condannare alla pena capitale chiunque fosse sospettato di mettere in pericolo la rivoluzione. Alcune migliaia di oppositori vennero ghigliottinati dopo processi sommari; per questo motivo il periodo dall’autunno 1793 all’estate 1794 fu definito il “Grande Terrore”, quando circa 50.000 persone furono uccise senza processo, anche per il solo sospetto di essere contrarie alla rivoluzione.
Per affermare la laicità dello stato francese, furono abolite tutte le festività religiose e venne istituito il calendario rivoluzionario, che aboliva quello gregoriano e faceva incominciare la nuova era dalla data di proclamazione della Repubblica.
Infine, per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza fondiaria, il governo rivoluzionario che resse la Francia nel 1793-94 stabilì che gli indennizzi previsti a favore della nobiltà fossero annullati: la vendita dei beni della Chiesa proseguì e anche le proprietà delle famiglie aristocratiche furono poste in vendita. La rivoluzione in questa fase produsse quindi una grande redistribuzione delle terre, in gran parte a favore dei contadini.
Di fatto, il partito che stava alla sinistra della Convenzione Nazionale, quello dei Giacobini, attraverso il Comitato di Salute Pubblica, aveva concentrato tutto il potere nelle proprie mani: i metodi autoritari adottati dal Comitato portarono alla repressione degli avversari politici e persino di diversi esponenti giacobini contrari ai metodi di Robespierre.
5. IL RITORNO AD UNA RIVOLUZIONE BORGHESE
L’enorme sforzo compiuto dalla Francia negli anni della Convenzione Nazionale, tra il 1792 e il 1794, salvò lo Stato dall’attacco delle monarchie europee e soprattutto ottenne l’effetto sperato, ovvero quello di salvare la rivoluzione: l’esercito rivoluzionario riuscì a sconfiggere le coalizioni di stati europei che gli si opponevano, a riconquistare le città che si erano ribellate al governo di Parigi e a prendere di nuovo il controllo della Vandea.
A quel punto la politica del “Terrore” adottata dai Giacobini non poteva più essere giustificata con il pericolo della fine della Rivoluzione: molti deputati si accordarono quindi per togliere i poteri eccezionali che erano stati affidati a Robespierre e al Comitato di Salute Pubblica. Il 27 luglio 1794 (il 10 termidoro secondo il calendario rivoluzionario) Robespierre e i suoi più stretti collaboratori (Danton, Hebert, Saint-Just) vennero arrestati e il giorno successivo ghigliottinati senza processo.
Fonte iconografica n.7: “Esecuzione di Robespierre”, di autore ignoto, Biblioteca Nazionale, Parigi.

L’esecuzione di Robespierre e dei suoi sostenitori il 28 luglio 1794. I protagonisti sono numerati: l’uomo decapitato con il 6 è Cuthon, Robespierre (10) è seduto sul carro vestito in marrone con un fazzoletto portato alla bocca e indossa un cappello. Il suo giovane fratello Augustin (8) sta salendo il patibolo.

La seconda fase della Rivoluzione Francese si chiuse quindi con la condanna a morte di coloro che l’avevano promossa e che, con le loro scelte a volte ingiuste, ne avevano garantito la sopravvivenza. Nel nuovo ciclo che si aprì prevalse una linea politica moderata: il potere era stabilmente nelle mani della borghesia, dopo la parentesi democratica guidata dalla Convenzione Nazionale e dai giacobini.
La svolta politica fu sancita dalla nuova Costituzione del 1795, che, sulla base delle teorie di Montesquieu, era basata su una rigida separazione dei poteri: il potere legislativo era affidato ad un’Assemblea suddivisa in due Camere, la Camera dei Cinquecento e la Camera degli Anziani, mentre il potere esecutivo veniva assegnato a un Direttorio, un organo politico ristretto composto di cinque membri. Contrariamente a quanto avvenuto nella fase della repubblica, il diritto di voto fu riservato soltanto ai cittadini maschi che possedevano un certo reddito, come nella costituzione del 1791. In questo senso, con la morte di Robespierre e la presa del potere da parte del Direttorio, si ritornò nuovamente ad una fase borghese e moderata della Rivoluzione Francese.

Storia di Roma dalle origini all’Impero

storia di roma dalle origini all'impero
Il testo che leggerai, suddiviso in sei paragrafi, riguarda la storia di Roma dalle origini all’impero. Leggilo con attenzione e svolgi le attività proposte per ciascun paragrafo, che ti chiederanno di rielaborare quanto appreso finora.
1. Le origini di Roma
Le origini di Roma risalgono all’VIII e al VII secolo a.C., quando il popolo dei Latini (questo il nome degli antichi romani) viveva in piccoli villaggi sulle sponde del fiume Tevere, nel Lazio. I Latini si dedicavano prevalentemente alla pastorizia, all’allevamento e alla raccolta di legname. Nel corso del tempo, questi villaggi si unirono, sino a formare un unico centro attorno al Tevere, attraverso il quale passavano i commerci: Roma, quindi, non fu fondata da una sola persona, ma nacque dall’unione di più villaggi preesistenti, grazie ad un processo di formazione lento e graduale che durò diversi decenni.
Rileggendo il testo, svolgi le attività proposte e rispondi alle domande che ti aiuteranno ad individuare le informazioni più importanti di questo paragrafo:
1. Costruisci una linea del tempo che va dal I secolo a.C. al X secolo a.C. e colora in rosso i due secoli di cui si parla in questo paragrafo.
2. Quali erano le tre attività economiche a cui si dedicavano i Latini?
3. La nascita di Roma può essere considerata un fatto oppure un fenomeno storico? Per quale motivo? Riporta la frase del testo che spiega la tua risposta.
2. L’età della monarchia
Anche se le notizie che possediamo sui primi tempi della storia di Roma sono incerte, possiamo individuare una prima fase della sua storia che va dal 700 a.C. al 500 a.C. In questo periodo, Roma era una monarchia (termine che significa “governo del re”): la città era quindi governata da un re che aveva il potere di amministrare la giustizia, guidare l’esercito in guerra e celebrare le più importanti funzioni religiose. Accanto al sovrano esisteva il Senato, un’assemblea formata dagli anziani capi delle più importanti famiglie di Roma, che aveva il compito di collaborare con il re all’amministrazione della città.
In questa prima fase della sua storia, i Latini non erano l’unico popolo presente nella penisola italiana: in Italia erano infatti stanziate popolazioni provenienti da altre aree geografiche (come i Greci in Calabria e Sicilia, i Fenici in Sardegna), popolazioni di origine ancora non completamente conosciute (come gli Etruschi che abitavano l’attuale Toscana) e vari popoli italici (e cioè originari dell’Italia).
Questa cartina rappresenta l’Italia nel V sec. a.C.; in giallo è evidenziato il territorio occupato dai latini:

In questa fase, Roma subì l’influenza di una delle più evolute civiltà presenti nella penisola, quella etrusca: gli Etruschi infatti sceglievano i re che dovevano governare Roma e trasmisero ai Romani molte delle loro usanze e dei loro costumi, come il culto dei defunti.
Dal punto di vista sociale, a Roma si formarono e consolidarono due classi sociali: i patrizi, ricchi proprietari terrieri che potevano fare parte del Senato, e i plebei (dal latino “plebs” che significa “popolo”), più numerosi e più poveri, che non potevano prendere delle decisioni sulla vita politica della città.
Rileggendo il testo, rispondi alle seguenti domande che ti aiuteranno ad individuare le informazioni più importanti di questo paragrafo:
1. Che cosa significa il termine “monarchia”?
2. Quali erano i poteri del re nell’antica Roma?
3. Che cos’era il Senato? Da chi era composto e che funzione aveva?
4. Qual è un sinonimo del nome “sovrano”?
5. In base a quale criterio possiamo distinguere tre gruppi di popoli stanziati nella penisola italiana?
6. In quali due modi la civiltà etrusca influenzò profondamente quella romana?
7. Quali erano le due classi sociali che componevano la società dell’antica Roma?
3. L’età della Repubblica
La seconda fase della storia di Roma va dal 500 a.C. al 250 a.C., quando la città, attraverso guerre con le altri popolazioni italiche e in particolare con gli Etruschi, estese il proprio dominio prima sul Lazio, e poi su altre zone d’Italia.
In questa fase ci furono però anche dei cambiamenti dal punto di vista politico e dell’organizzazione dello stato: innanzitutto, dopo la cacciata dell’ultimo re etrusco (avvenuta, secondo la tradizione, nel 509 a.C.), Roma diventò una repubblica: la città quindi non era più governata da un re, come era accaduto con la monarchia, ma soltanto dal Senato, formato dai rappresentanti delle famiglie patrizie più importanti della città, e dai cittadini di Roma; i poteri che prima appartenevano al re furono affidati a due consoli, che rimanevano in carica per un anno e potevano proporre le leggi e comandavano l’esercito in guerra.
Rileggendo il testo, rispondi alle seguenti domande che ti aiuteranno ad individuare le informazioni più importanti di questo paragrafo:
1. In che modo Roma riuscì ad espandersi all’interno della penisola italiana?
2. Quale importante cambiamento politico si verificò attorno al 500 a.C.?
3. Chi governò la città da questo momento in poi?
4. Chi erano i consoli e che poteri detenevano?

4. L’espansione romana nel Mediterraneo
Tra il 250 a.C. e il 150 a.C., dopo aver conquistato gran parte dell’Italia, Roma progettò di espandersi anche sul mare. Per questo motivo si scontrò con Cartagine, la maggiore città di origine fenicia che sorgeva sulla costa africana, nell’attuale Tunisia, che attorno al 260 a.C. era al massimo del suo splendore: Cartagine, infatti, controllava ampi territori in Africa, Sicilia, Sardegna, e, grazie alla sua formidabile flotta, commerciava in tutto il Mediterraneo pietre preziose, avorio, oro, argento, legname.
Nel 241 a.C. la flotta romana sconfisse quella cartaginese ponendo così fine alla Prima Guerra Punica (l’aggettivo “punico” è un sinonimo di “cartaginese”): grazie a questa vittoria, Roma conquistò la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Nel 201 a.C. si concluse anche la Seconda Guerra Punica, in cui prevalsero ancora una volta Romani, che conquistarono la Spagna e l’Africa Mediterranea; nel 146 a.C., infine, Cartagine fu completamente rasa al suolo.
Svolgi l’attività proposta su questo paragrafo:
1. Costruisci una linea del tempo che va dal III secolo a.C. al I secolo a.C. e indica tutti i fatti storici trattati in questo paragrafo.
5. La crisi delle istituzioni repubblicane
Grazie alle guerre vinte contro Cartagine, Roma era diventata la potenza egemone nel Mediterraneo: dal Lazio aveva conquistato l’Italia, e dall’Italia, sconfiggendo Cartagine, aveva occupato molti territori bagnati dal Mar Mediterraneo in Africa, Francia, Spagna. A questo punto si aprì una nuova fase della storia di Roma, che va dal 150 a.C. al 31 a.C.: la caratteristica principale di questa fase è la crisi politica e sociale che colpisce la città, causata proprio dalla rapida espansione in tutto il bacino del Mediterraneo.
La conseguenza di questa fase di crisi fu il passaggio dalla Repubblica ad una nuova forma di governo, nella quale il potere è accentrato nelle mani di una sola persona: il console Giulio Cesare, il quale approfittò del successo militare contro i Galli, popolazione che viveva nell’attuale Francia, per accentrare il potere nelle sue mani e governare la città di Roma opponendosi ai patrizi che volevano mantenere i propri privilegi. Dopo di lui, allo stesso modo agì anche il suo successore Ottaviano, che nel 31 a.C. sconfisse i suoi rivali e assunse tutti i poteri su di sé.
La fase della repubblica si chiuse, e si aprì l’ultima fase della storia di Roma, quella dell’Impero: Ottaviano, successivamente nominato “Augusto”, divenne così il primo imperatore romano.
Svolgi l’attività proposta su questo paragrafo:
1. Qual è stata la causa che ha provocato una crisi sociale e politica a Roma nel II secolo a.C.?
2. Quale fu la conseguenza sul piano politico di questa crisi?
3. In quale anno e in corrispondenza di quale fatto storico Roma diventa di fatto un Impero?
6. L’età imperiale e le sue caratteristiche
La fase imperiale durò dal 31 a.C. sino alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente del 476 d.C. In questa fase lo Stato venne governato da una sola persona, che era contemporaneamente capo politico, militare e religioso: l’imperatore di Roma, quindi, da Ottaviano in poi, fu un uomo dotato di un potere assoluto, senza controllo o limitazioni, il cui ruolo è sostenuto dall’esercito.
I primi due secoli dopo la nascita di Cristo costituirono l’apogeo (e cioè il periodo di massimo splendore) dell’Impero Romano.
Questa cartina rappresenta l’estensione dell’Impero Romano alla morte dell’imperatore Traiano, avvenuta nel 117 d.C.:

In questi primi due secoli di grande splendore si verificò l’importantissimo fenomeno della “romanizzazione” di tutte le aree dell’Impero: Roma infatti non si limitò a sfruttare le ricchezze dei territori conquistati, ma diffuse ovunque la sua civiltà, la sua lingua, la sua cultura. Ciò avvenne grazie a molteplici fattori: innanzitutto (1) il latino divenne la lingua ufficiale di tutto l’Impero, contribuendo in modo decisivo alla sua unità politica e favorendo la circolazione di idee e di scambi culturali; dal punto di vista economico, (2) in tutto l’Impero Romano circolava una sola moneta: ciò favorì gli scambi commerciali anche tra terre lontanissime; il Mar Mediterraneo divenne il centro economico dell’Impero, essendo interamente controllato, su entrambe le sponde (africana ed europea), da Roma; dal punto di vista delle vie di comunicazione, (3) fu realizzato un avanzatissimo ed efficientissimo sistema di strade lastricate in pietra, che collegavano le regioni più distanti dell’impero; (4) furono costruite opere pubbliche di grande importanza, come gli acquedotti, che alimentavano le città e irrigavano le campagne; in tutto l’Impero (5) furono fondate città secondo il tipico modello romano, con una pianta a scacchiera disposta attorno a due assi principali, il cardo e il decumano, e la presenza di luoghi pubblici come il foro, il teatro, le terme, l’anfiteatro e il tempio.
Svolgi le attività proposte sul tuo quaderno:
1. Che caratteristiche ha il potere dell’Imperatore a partire da Ottaviano Augusto?
2. Trascrivi e memorizza la definizione del concetto di “romanizzazione”;
3. Trascrivi e memorizza le cinque caratteristiche fondamentali della “romanizzazione”.
Attività conclusive
1. Costruisci una linea del tempo che includa le tre fasi della storia di Roma.
2. Inserisci sulla linea del tempo i fatti fondamentali della storia di Roma.
3. Trascrivi sulla tua rubrica di termini storici (cartacea oppure online) la definizione di tutte i termini specifici in grassetto nel testo.
4. Prova a rispondere oralmente alle domande di ciascun paragrafo utilizzando il lessico specifico.

Slogan di propaganda fascista da “L’impero d’Italia”

slogan di propaganda fascista
Tutti questi slogan di propaganda fascista sono tratti dal testo L’impero d’Italia, che veniva utilizzato dagli allievi di quinta elementare negli anni successivi alla Guerra di Etiopia.
Questi slogan di propaganda fascista sono particolarmente interessanti, poiché molti di essi si prestano ad una lettura immediata ed incisiva dell’ideologia fascista e delle sue caratteristiche fondamentali.
A fini didattici, è interessante cogliere la differenza tra questi slogan di propaganda fascista con alcuni articoli della Costituzione Repubblicana o, ancor meglio, con altre forme di propaganda attuali.

Land Grabbing e globalizzazione

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Clima e tempo meteorologico

1. Il tempo meteorologico e il clima
Gli elementi che contribuiscono a darci la sensazione diretta del tempo meteorologico di una giornata sono diversi e immediatamente percepibili con i nostri cinque sensi: la luce, l’oscurità, il caldo, il freddo, l’umidità, la secchezza dell’aria, il vento, la pioggia o la neve. Le condizioni del tempo che percepiamo tutti i giorni con i nostri sensi descrivono il tempo atmosferico, che è l’insieme delle condizioni atmosferiche che possiamo rilevare in un determinato luogo e in un momento preciso. Nella stessa giornata, il tempo atmosferico può infatti cambiare: una mattina nebbiosa può trasformarsi in una giornata assolata, oppure d’estate un pomeriggio di sole può essere turbato da un temporale con abbondanti precipitazioni.
Osserva le seguenti immagini e per ciascuna scrivi sul tuo quaderno degli aggettivi che ne descrivono il tempo meteorologico.






Il tempo meteorologico che possiamo osservare e misurare non deve essere confuso con il clima. Il clima infatti è l’insieme delle condizioni atmosferiche che si possono registrare e studiare nell’arco di un periodo di tempo molto lungo, normalmente in trent’anni, in una determinata regione, più o meno vasta, della superficie terrestre. Per descrivere quindi il clima di una regione non è sufficiente guardare fuori dalla finestra o fare una passeggiata all’aperto, ma osservare, rilevare e studiare, nell’arco di un lungo periodo di tempo, i fenomeni atmosferici.
Studiare i climi e i fattori che li determinano è estremamente importante, perché il clima influenza profondamente le attività umane nelle diverse regioni del mondo, determinando ogni aspetto della vita dell’uomo, come l’alimentazione, le forme dell’insediamento e le abitazioni, le attività economiche, lo stile di vita e la cultura dei popoli. L’uomo, inoltre, a causa del costante aumento della popolazione e delle attività produttive, contribuisce a modificare, a volte in modo irreversibile, il clima e gli ambienti della Terra.

Seleziona le informazioni del testo
1. Trascrivi sul quaderno e memorizza la definizione dei concetti di “tempo meteorologico” e “clima”;
2. Individua e memorizza i motivi per cui la conoscenza del clima è importante nella comprensione del mondo attuale.
2. Gli elementi e i fattori del clima
Nello studio dei climi è importante distinguere con precisione due concetti fondamentali che presentano molte relazioni di causa ed effetto che li legano l’uno all’altro: (1) gli elementi del clima e (2) i fattori del clima.
Gli elementi del clima sono tutte le caratteristiche del tempo meteorologico che possiamo misurare, attraverso degli strumenti appositi, in un luogo preciso e in un determinato momento. Sono quindi elementi del clima la (1) temperatura, le (2) precipitazioni (la pioggia, ma anche la neve e la grandine), la (3) pressione atmosferica, (4) l’umidità e i (5) venti.
Ciascuno di questi elementi del clima può essere misurato utilizzando degli strumenti scientifici appositi e delle precise unità di misura; quando si studiano i diversi elementi del clima di una regione per un periodo di tempo molto lungo si può determinare il clima della regione stessa. I climatologi sono gli studiosi che si occupano, studiando ed elaborando i dati raccolti dalle stazioni meteorologiche, di determinare il clima di una regione e i suoi cambiamenti nel corso del tempo.

Seleziona le informazioni del testo
1. Trascrivi e memorizza la definizione di elemento del clima;
2. Trascrivi e memorizza i cinque elementi del clima fondamentali.
I fattori del clima sono invece le cause che determinano il clima di una determinata regione, e quindi le differenze di temperatura, precipitazioni, pressione, umidità e vento da una regione all’altra. I più importanti fattori del clima sono (1) la latitudine (la distanza di un punto dall’Equatore), (2) l’altitudine (la distanza di un punto sul livello del mare) e (3) la distanza dal mare.
La latitudine è un fattore del clima perché i luoghi della Terra che si trovano vicino all’Equatore, a causa del maggior irraggiamento da parte del Sole (i cui raggi arrivano diretti e perpendicolari sulla superficie terrestre), sono più caldi rispetto ai luoghi che si trovano vicino ai Circoli Polari: nei luoghi della Terra a latitudine 0°, e che quindi si trovano proprio sull’Equatore, c’è soltanto una stagione, sempre molto calda e piovosa, perché l’irraggiamento del Sole è costante e continuo per tutto l’anno; via via che ci si allontana dall’Equatore, all’aumentare della latitudine, i raggi del Sole, a causa della curvatura della superficie terrestre, colpiscono la Terra in modo obliquo, che quindi in queste zone sarà meno calda, fino ad arrivare ai climi freddi delle zone polari.

Osservando questa immagine puoi vedere come la stessa quantità di energia solare che arriva sulla Terra, viene distribuita diversamente se colpisce una zona vicina all’Equatore oppure una zona vicina ai poli: nel primo caso, l’energia solare si concentra in un’area molto piccola, che così sarà molto calda; nel secondo caso invece, a causa della curvatura della superficie terrestre, si distribuisce su un’area più ampia, che riceverà in proporzione meno calore.

L’altitudine è un fattore del clima perché più un luogo si trova in alto rispetto al livello del mare, minore sarà la sua temperatura: infatti, la temperatura diminuisce di 1°C circa ogni 200m di altitudine.
La distanza dal mare è un fattore climatico importantissimo, perché le grandi masse d’acqua che circondano le terre emerse hanno la capacità di trattenere e “immagazzinare” il calore che ricevono durante l’estate e di rilasciarlo lentamente quando la temperatura si abbassa, e cioè nella stagione invernale: per questo motivo, le località che si trovano sulle coste o sulle rive dei grandi laghi in inverno presentano un clima mite, e cioè non eccessivamente freddo; le regioni più interne, distanti dal mare, hanno un clima più caldo d’estate e molto rigido in inverno, solitamente caratterizzato da precipitazioni scarse.

1. Trascrivi e memorizza la definizione di “fattore del clima”;
2. Trascrivi e memorizza i tre fattori del clima più importanti;
3. Spiega in quale modo ciascun fattore influenza il clima di un determinato territorio.
3. Gi elementi del clima: la temperatura
La temperatura dell’aria è uno dei più importanti elementi del clima: si misura utilizzando il termometro, la cui scala riporta i gradi Celsius (o gradi centigradi), che sono l’unità di misura convenzionale utilizzata per stabilire la temperatura dell’aria o di un corpo. Questa scala è stata definita dal fisico svedese Anders Celsius nel Settecento, che ha preso come punti di riferimento i passaggi di stato dell’acqua: al momento in cui l’acqua passa dallo stato solido (ghiaccio) a quello liquido viene attribuita la misura di 0°C; quando l’acqua bolle, passando dallo stato liquido a quello gassoso, viene attribuita la misura di 100°C.
Ai climatologi interessano in modo particolare le temperature massime e minime raggiunte nel corso di una giornata, che permettono di calcolare la temperatura media giornaliera: per stabilire questo dato occorre sommare la temperatura minima e quella massima registrate in una stessa giornata e dividerle per due. Per determinare invece la temperatura media nell’arco di un mese è necessario calcolare le temperature medie di ogni giornata, sommarle e dividerle per il numero di giorni del mese che stiamo considerando.

Leggi con attenzione e risolvi i seguenti tre problemi sul calcolo della temperatura media:
1. Calcola la temperatura media giornaliera di una giornata estiva, tenendo conto che la temperatura minima, misurata di notte, è di 8°C e la temperatura massima è di 32°C.
2. La temperatura minima in una giornata primaverile è di 2°C, mentre la temperatura massima è di 17°C; calcola la temperatura media di questa giornata.

3. In una giornata invernale molto rigida, la temperatura minima registrata è di -10°C, mentre la temperatura massima è di 8°C. Calcola la temperatura media giornaliera.
L’escursione termica è un dato molto importante per stabilire le caratteristiche climatiche di una regione, ed è la differenza tra la temperatura massima e minima, che può essere misurata nell’arco una giornata (si parla in questo caso di escursione termica giornaliera o diurna) oppure nell’arco di un anno (che viene definita escursione termica annua). Se, ad esempio, in una giornata estiva la temperatura minima registrata è di 5°C e la temperatura massima di 28°C, l’escursione termica diurna sarà di 23°C.

Calcola l’escursione termica per ciascuno dei tre seguenti casi descritti; per svolgere l’esercizio disegna sul quaderno un termometro per ciascun problema, in modo tale da fissare in modo chiaro la temperatura massima e minima sulla scala graduata:
1. Calcola l’escursione termica di una giornata estiva, tenendo conto che la temperatura minima, misurata di notte, è di 7°C e la temperatura massima è di 28°C.
2. La temperatura minima in una giornata primaverile è di 5°C, mentre la temperatura massima è di 20°C; calcola l’escursione termina giornaliera.

3. In una giornata invernale molto rigida, la temperatura minima registrata è di -5°C, mentre la temperatura massima è di 10°C. Calcola l’escursione termica.
4. Gli elementi del clima: l”umidità e le precipitazioni
L’umidità è l’elemento del clima che indica e misura la quantità di vapore acqueo presente nell’atmosfera. L’atmosfera, infatti, è una miscela di gas che contiene anche una parte di vapore acqueo, e cioè di acqua allo stato gassoso, che può essere presente in quantità e percentuali diverse: un’aria molto umida presenta un’altra percentuale di vapore acqueo, mentre un’aria secca ne contiene una percentuale più bassa. Lo strumento con cui si misura l’umidità si chiama igrometro.
L’umidità dell’aria ha come conseguenze due fenomeni del tempo meteorologico che possiamo osservare quasi quotidianamente: la formazione delle nuvole e le precipitazioni.
Le nuvole e le precipitazioni sono il risultato di un processo che avviene nell’atmosfera e che riguarda anche la temperatura; questo processo può essere distinto in quattro fasi: (1) quando il Sole riscalda l’atmosfera, l’aria tende ad aumentare di volume, a diventare più leggera e quindi a salire verso l’alto; (2) salendo verso l’alto, le masse d’aria si raffreddano; (3) a causa del raffreddamento dell’aria, il vapore acqueo in essa contenuto si condensa, trasformandosi in particelle liquide che formano le nuvole; (4) quando le particelle di vapore acqueo si raffreddano ulteriormente, si formano delle gocce sempre più pesanti che alla fine cadono verso il suolo, dando così origine alle precipitazioni.
5. Gli elementi del clima: la pressione atmosferica e il vento
Mentre è possibile percepire chiaramente la temperatura come una sensazione di caldo o freddo e, allo stesso modo, è possibile percepire l’umidità (vedendo le nuvole, passeggiando nella nebbia oppure bagnandosi con la pioggia), la pressione atmosferica è l’elemento del clima di cui è più difficile fare diretta esperienza con i nostri cinque sensi. Anche se infatti non ce ne accorgiamo, l’aria ha un suo peso: il peso dell’aria, che può essere più leggera in alcuni luoghi e più pesante in altri, si chiama pressione atmosferica, e può essere misurata con uno strumento chiamato barometro.
Nell’atmosfera che circonda la Terra, la pressione dell’aria non è omogenea: esistono delle zone di alta pressione (e cioè delle zone in cui l’aria pesa di più), e delle zone di bassa pressione, dove l’aria, al contrario, pesa di meno rispetto alle aree circostanti. Le cause che determinano la differenza di pressione dell’aria tra due regioni sono la temperatura e l’altitudine. Per quanto riguarda (1) la temperatura, quando l’aria è più calda tende a dilatarsi e ad aumentare di volume, e quindi a diventare più leggera e a salire verso l’alto: quando accade ciò, ci troviamo in una zona di bassa pressione atmosferica; quando invece l’aria è fredda il suo volume diminuisce e quindi diventa più pesante: in questo caso, ci troviamo in una zona di alta pressione atmosferica, proprio perché l’aria è più densa e pesa di più. Per quanto riguarda (2) l’altitudine, col il suo crescere, la pressione atmosferica diminuisce, perché via via che si sale in altezza l’aria diventa meno densa e più rarefatta.
L’alternarsi di zone di alta e bassa pressione ha come conseguenza lo spostamento di masse d’aria dalle zone di alta pressione a zone di bassa pressione, e quindi dei venti. Per quanto riguarda il vento, è possibile misurare la sua velocità con uno strumento chiamato anemometro. Il vento si forma a causa della differenza di pressione atmosferica tra due masse d’aria vicine: nelle zone di bassa pressione, l’aria calda, più leggera, si sposta verso l’alto, lasciando libero uno spazio che viene occupato da masse d’aria più fredde, provenienti da zone di alta pressione: lo spostamento di questa massa d’aria è ciò che comunemente chiamiamo vento.

Questa immagine illustra il processo di formazione dei venti, causato dalla diversa temperatura dell’aria e dalla diversa pressione atmosferica. La direzione del vento è indicata dalla freccia viola, che va dall’area di alta pressione, dove l’aria è più fredda (indicata dalle frecce blu), a quella di bassa pressione, dove l’aria è più calda (indicata dalle frecce rosse).
Copia questo disegno sul tuo quaderno, traducendo i termini in inglese.