Una via verso la realtà passa attraverso le immagini. Non credo che ne esista una migliore. Ci teniamo stretti a ciò che non muta e così riusciamo a far affiorare ciò che muta perennemente. La immagini sono reti, quel che vi appare è la pesca che rimane. Qualcosa scivola via e qualcosa va male, ma uno riprova, le reti le portiamo con noi, le gettiamo e, via via che pescano, diventano più forti. E’ importante, però, che queste immagini esistano anche al di fuori della persona, in lui sono anch’esse soggette a mutamento. Deve esserci un luogo dove uno possa ritrovarle intatte, e non uno solo di noi, ma chiunque si senta nell’incertezza. Quando ci sentiamo sopraffatti dal fuggire dell’esperienza, ci rivolgiamo ad un’immagine. Allora l’esperienza si ferma, e la guardiamo in faccia. Allora ci acquietiamo nella conoscenza della realtà, che è nostra, anche se qui era stata prefigurata per noi. Apparentemente, essa potrebbe esistere anche senza di noi. Ma questa apparenza è ingannevole, l’immagine ha bisogno della nostra esperienza, per destarsi. Così si spiega che certe immagini rimangano assopite per generazioni: nessuno è stato capace di guardarle con l’esperienza che avrebbe potuto ridestarle. Forte si sente colui che trova le immagini di cui la sua esperienza ha bisogno. Saranno molte, ma non possono essere troppe, perché la loro funzione consiste proprio nel tenere insieme la realtà, che altrimenti si disperderebbe in mille rivoli. E neanche dovrebbe essere un’unica immagine, che fa violenza a chi la possiede, non lo abbandona e gli impedisce di trasformarsi. Sono molte le immagini di cui abbiamo bisogno, se vogliamo una vita nostra, e se le troviamo presto, non troppo di noi andrà perduto.

Elias Canetti, Il frutto del fuoco

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