
Ritornare a Pleasantville significa incrociare temi molto importanti della storia (non soltanto americana) del Novecento, dell’educazione alla cittadinanza e all’uguaglianza, dell’importanza dell’educazione letteraria e della storia dell’arte. Tra le innumerevoli sequenze degne di nota del film ne sceglierei due in particolare: quella in cui Ross rilegge in modo straordinario Fahrenheit 451 di Ray Bradbury: di fronte ad una copia candida di “Le avventure di Huckleberry Finn”, le pagine del romanzo cominciano a popolarsi di parole grazie al ricordo del protagonista, che, attraverso la propria memoria, ridà letteralmente voce al libro, prima dimenticato. La sequenza può essere vista qui.
Nella seconda, la voce pubblica, capendo il pericolo che si cela dietro la liberazione portata dalla cultura, mette al bando non soltanto i libri con roghi che ricordano tragiche pagine di storia, ma anche i “colored”, ovvero tutti gli abitanti che, nel corso del film, diventano colorati, avendo accettato dinamiche desiderative ed emozionali che finalmente cominciano ad vivere veramente: nel cartello “no colored” che appare nel film emerge anche la cultura discriminatorio dei dorati anni Cinquanta, ed in particolare l’aberrazione del Maccartismo.